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Nel 2021 l’aiuto allo sviluppo (Aps) è aumentato del 4,4% in rispetto al 2020, per via degli aiuti ai Paesi ricchi hanno fornito ai Paesi fragili per fronteggiare il Covid-19. Anche in Italia nel 2021 l’Aps è cresciuto dallo 0,22% allo 0,28%, ma si tratta in parte di “aiuto gonfiato” ovvero di risorse spese nei Paesi donatori e si è ancora molto lontani dall’obiettivo dello 0,70% del Reddito nazionale lordo (Rnl).

Approfondimenti

Finanza per il clima, cosa emerge dal rapporto Ipcc

di Luigi Di Marco, segretariato ASviS

I flussi finanziari verso i Paesi in via di sviluppo sono inadeguati a rispondere alle sfide climatiche, e nonostante i progressi compiuti e in corso, la finanza è ancora dalla parte del problema e non della soluzione.

27 aprile 2022

Il sesto rapporto (Ar6) del panel intergovernativo per i cambiamenti climatici (Ipcc) ci offre un’analisi critica sul tema della finanza per il clima, valutandone le criticità nella prospettiva del conseguimento degli obiettivi climatici globali e alcune proposte di soluzioni. L’argomento integra il rapporto Ipcc dedicato alla mitigazione, presentato a inizio aprile, con un ricco capitolo su investimenti e finanza (cfr. capitolo 15 dell’Ar6 WgIII), completando la parte dedicata alla finanza già inclusa nella sezione del Rapporto impatti, adattamento, vulnerabilità di fine febbraio 2022, relativo alle opzioni per la gestione del rischio (cfr. capitolo 17 dell’Ar6 WgII).

La valutazione di sintesi dell’Ipcc è molto chiara e netta: i progressi nell'allineamento dei flussi finanziari verso gli obiettivi dell'Accordo di Parigi rimangono lenti e i flussi di finanziamenti per il clima tracciati sono distribuiti in modo disomogeneo tra regioni e settori.

 Gli scienziati dell’Ipcc concordano con alta fiducia l’affermazione che l'attuazione relativamente lenta degli impegni da parte dei Paesi e degli attori del sistema finanziario per aumentare i finanziamenti per il clima non riflette né il bisogno urgente di un'azione ambiziosa per il clima, né la logica economica di una necessaria azione ambiziosa per il clima. I ritardi negli investimenti e nei finanziamenti per il clima - e il limitato allineamento delle attività di investimento con l'Accordo di Parigi - risulteranno in significativi carbon lock-in, stranded assets e altri costi aggiuntivi.

 Come definito nel glossario dell’Ipcci carbon lock-in sono una situazione in cui lo sviluppo futuro di un sistema, comprese le infrastrutture, le tecnologie, gli investimenti, le istituzioni e le norme di comportamento, è determinato o vincolato ("bloccato") da scelte avvenute in passato, mentre gli stranded assets sono patrimoni esposti a svalutazioni o conversione in "passività" a causa di cambiamenti imprevisti nei loro ricavi inizialmente previsti a causa di innovazioni e/o evoluzioni del contesto aziendale, compresi i cambiamenti nelle normative pubbliche a livello nazionale e internazionale. Questi due fattori tra loro collegati come le due facce di una stessa moneta determinano una pericolosa spirale auto-distruttiva per l’ambiente, per la finanza, per l’umanità intera.

 Il punto fondamentale in questione che evidenzia l’Ipcc è che nonostante gli Stati abbiano sottoscritto l’Accordo di Parigi che prevede all’art.2.1c di "rendere i flussi finanziari coerenti con un percorso verso basse emissioni di gas serra e uno sviluppo resistente al clima", riconoscendo alla finanza uno dei tre obiettivi generali dell’accordo (oltre agli obiettivi di mitigazione e di sviluppo resiliente al clima), le relative questioni di attuazione sono rimaste irrisolte.

  

Le criticità della finanza per il clima verso i Paesi in via di sviluppo

 Tra le criticità maggiori emerge la difficoltà (o meglio l’impossibilità con il sistema di regole attuali) di consentire ai Paesi in via di sviluppo di finanziare le azioni per il clima.

Una serie di fattori interdipendenti rappresenta una situazione sostanziale di ostacoli sistemici, tra cui, in particolare:

  • l’alto indebitamento pubblico dei Paesi in via di sviluppo: i livelli di debito a livello globale, ma in particolare nei Paesi in via di sviluppo e vulnerabili, sono aumentati significativamente negli ultimi anni. Inoltre gli impatti attuali e previsti del cambiamento climatico gravano ulteriormente sulla sostenibilità del debito;
  • Il mancato adempimento al trasferimento dei 100 miliardi di dollari/anno negli impegni finanziari per il clima espressi nell'accordo dalla Cop15 di Copenaghen (e ribaditi da allora) dai Paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo: l’Ipcc riporta la stima al 2018 effettuata dall’Ocse che il trasferimento si è attestato a 78,9 miliardi di dollari al 2018. Significativo constatare che l'Africa subsahariana, che risulta tra le aree geografiche con più alti rischi climatici (e più bassa capacità di sostenere il debito pubblico), attualmente riceve meno del 5% dei flussi finanziari globali per il clima.
  • l’inadeguatezza comunque dell’impegno ai 100 miliardi/anno di dollari, che risulta del tutto insoddisfacente rispetto ai bisogni effettivi: solo per l’adattamento nei Paesi in via di sviluppo la stima è di 140-300 miliardi di dollari all’anno fino al 2030, poi in incremento a 280-500 miliardi di dollari all’anno al 2050, così come l’Ipcc riporta, citando l’Unep. Riferisce anche il dato dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea) che stima che i due terzi degli investimenti collettivi per il clima dovrebbero avvenire nei Paesi in via di sviluppo;
  • la finanza privata, in particolare per l’adattamento ai cambiamenti climatici diretti alla protezione e ricostituzione di servizi ecosistemici, non produce rendimenti economici vendibili sul mercato, e i Paesi in via di sviluppo in particolare non hanno la possibilità di indebitarsi ulteriormente. Così riporta l’Ipcc: le attività mobilitate per l'adattamento e la resilienza sono spesso non commerciabili e il loro finanziamento continuerà a venire dal settore pubblico;
  • la pandemia di Covid-19 ha ulteriormente ridotto lo spazio fiscale di molti governi in via di sviluppo e aumentato la probabilità di stress da debito;
  • nei Paesi in via di sviluppo, in particolare (ma non solo) mancano le capacità istituzionali di visione, di progettualità, di gestione efficace d’investimenti per il clima e d’investimenti più in generale;

I Paesi in via di sviluppo sono quelli che stanno già subendo i maggiori danni dal cambiamento climatico. L’Ipcc riporta che i disastri naturali climatici - non tutti necessariamente attribuibili al cambiamento climatico - hanno causato circa 300 miliardi di dollari l'anno di perdite economiche e perdite di benessere di circa 520 miliardi di dollari l’anno.

L’impossibilità d’investire per l’adattamento e la resilienza creano una tragica spirale distruttiva, che colpisce le risorse ambientali, sociali ed economiche, soprattutto nei Paesi più poveri, con ripercussioni sulla stabilità ambientale, sociale ed economica di tutto il pianeta.

 L’Ipcc cita degli studi sugli effetti sociali degli shock climatico-ambientali nei Paesi in via di sviluppo, evidenziando la sussistenza di maggiori vulnerabilità in presenza di più alte diseguaglianze: l'evidenza di 133 Paesi tra il 2001-2018 suggerisce che tali shock possono causare disordini sociali e pressioni migratorie, specialmente quando la disuguaglianza di partenza è alta e i trasferimenti sociali sono bassi. Inoltre, le politiche climatiche sono più difficili da implementare, quando il contesto è di alta disuguaglianza, ma molto meno costose politicamente quando i redditi sono distribuiti più uniformemente con reti di sicurezza sociale più forti.

Ed in proposito l’Ipcc evidenzia anche il nesso forte tra SDGs e adattamento ai cambiamenti climatici: i bisogni di finanziamento per l'adattamento sono ancora più difficili da definire rispetto a quelli della mitigazione, perché la mobilitazione di investimenti specifici per l'adattamento è solo una parte della sfida, dato che in definitiva il miglioramento delle capacità di adattamento delle società dipende dalla realizzazione degli SDGs.

  

A che punto è la finanza privata per il clima

 L’Ipcc indica che c'è sufficiente capitale globale e liquidità per colmare le lacune degli investimenti globali per il clima, ma i flussi finanziari globali per i combustibili fossili sono ancora superiori a quelli per l'adattamento e la mitigazione del clima: anche se a maggior rischio di stranded assets in futuro, il finanziamento su larga scala di nuovi progetti di combustibili fossili da parte di grandi istituzioni finanziarie globali è aumentato significativamente dal 2016, a causa di rischi privati percepiti più bassi e rendimenti privati più elevati in questi investimenti.

 L’Ipcc riporta i seguenti dati significativi:

  • gli asset finanziari bloccati nelle fonti fossili dalle relative compagnie ammontano all'82% delle riserve globali di carbone, al 49% delle riserve globali di gas e al 33% delle riserve globali di petrolio;
  • gli investimenti in energia rappresentano circa l'8% degli investimenti fissi lordi globali. Specificando che per le compagnie petrolifere e del gas, che sono tra le 10 più grandi aziende del mondo e talvolta di proprietà o sostenute dal governo, si stima che le soluzioni a basso contenuto di carbonio rappresentino meno dell'1% delle spese di capitale.

 Trattando il tema della finanza verde, l’Ipcc riconosce l’importanza della tassonomia dell'Ue per la finanza sostenibile, per la potenzialità di abilitare la transizione a basse emissioni di carbonio. Riscontra positivamente che i mercati dei green bond, dei prodotti Esg (ambientali, sociali e di governance) e della finanza sostenibile si sono espansi significativamente dalla pubblicazione dell’ultimo rapporto Ipcc del 2015 e che la domanda degli investitori per le obbligazioni verdi è estremamente alta. Riferisce di studi recenti che indicano una sottoscrizione eccedente per le obbligazioni etichettate come verdi in media da tre a cinque volte, rispetto alle obbligazioni non etichettate. Per i Green bond Ue del NextGenerationEu le richieste sono state più di 11 volte superiori all’offerta.

Da studi recenti al 2021, l’Ipcc riscontra però che l'emissione di obbligazioni con il marchio verde costituisce appena circa l'1% dell'emissione del mercato obbligazionario globale.

Evidenziando la necessità di una maggior standardizzazione e una valutazione più solida dei punteggi, esprime preoccupazioni per il rischio "greenwashing" sottolineando che i metodi proposti dagli operatori privati sono tipicamente proprietari, non trasparenti o basati principalmente sulla carbon footprinting, che è una misura necessaria ma insufficiente del rischio climatico. Aggiunge inoltre che le metriche Esg possono essere utili ma sono, da sole, inadeguate per valutare il rischio climatico. Indica inoltre come aspetto critico che il reporting sull'impatto non è di norma richiesto per le quotazioni dei green bond su borse specifiche, né ci sono requisiti per revisioni indipendenti del reporting sull’impatto. Considera che tuttavia ciò potrebbe cambiare in futuro se gli investitori faranno pressione per una concreta trasparenza.

 L’Ipcc valuta in sintesi che i flussi finanziari attraverso questi strumenti hanno un limitato impatto ambientale misurabile fino ad oggi, tuttavia possono sostenere lo sviluppo di capacità sul rischio climatico e le opportunità all'interno delle istituzioni per realizzare impatti futuri.

Riportando che gli investitori con capitale privato accumulato sono segnalati come alla ricerca di investimenti sul clima per assicurare la giusta transizione, l'allineamento con Parigi e gli SDGs, l’Ipcc concorda con alta fiducia nella valutazione che, tuttavia, il progresso rimane limitato, lento e frammentario.

Richiamando ancora alcune iniziative a cui ha aderito volontariamente il mondo finanziario quali i Principi Onu per l'investimento responsabile, l’Investor Agenda 2020 di riposta al Covid-19, l'iniziativa Net Zero Asset Manager, l’Ipcc, citando l’Iea, riporta la valutazione che, tuttavia, non è ancora chiaro come questi pronunciamenti saranno trasformati in adeguati flussi finanziari e canalizzati in volumi d’investimento.

 

La causa principale è ancora la mancanza di ambizione e volontà politica

 L’Ipcc indica che la letteratura mostra che senza condizioni appropriate, la finanza può rappresentare una barriera per colmare il divario degli investimenti nel clima, e sottolinea che il livello insufficiente di ambizione e di coerenza delle politiche pubbliche a livello nazionale e internazionale rimane la causa principale del disallineamento ancora significativo degli investimenti e dei finanziamenti rispetto a percorsi compatibili con l'obiettivo dell'Accordo di Parigi. Tale mancanza di coerenza include una bassa tariffazione del carbonio e delle esternalità ambientali più in generale, così come politiche non allineate in aree non climatiche come la politica fiscale, commerciale, industriale e di investimento, e la regolamentazione finanziaria. Nelle incoerenze l’Ipcc evidenzia anche il perdurare dei sussidi pubblici alle fonti fossili.

È dunque necessario un approccio al problema di tipo sistemico. Tra i diversi punti, l’Ipcc indica: riforma delle norme del sistema monetario internazionale, sostegno finanziario e tecnico ai Paesi a basso-reddito e vulnerabili, coinvolgimento forte e coordinato delle banche centrali.

Approfondiremo questi argomenti in un prossimo articolo dedicato alle possibili soluzioni.

 

 


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