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L’OECD Development Cooperation Report 2016: gli SDGs come opportunità di business

Per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030, la cooperazione internazionale ha bisogno del contributo del settore privato, ma deve anche rinnovare i suoi criteri d’intervento, dice il nuovo rapporto dell’Ocse, che enuncia cinque criteri.

È possibile conciliare la ricerca del profitto con un impatto sociale e ambientale positivo? È possibile coinvolgere il settore privato, con le sue risorse e le sue capacità, nel tentativo di raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030?
Più che possibile, tutto ciò è necessario. È semplicemente ingenuo pensare che le risorse e le competenze a disposizione dei governi e della cooperazione internazionale possano coprire gli sforzi necessari per implementare le strategie e le politiche di sviluppo portando il mondo e l’umanità su una traiettoria di sostenibilità.
Secondo alcuni studi 2.500 miliardi di dollari in più rispetto alle risorse ora a disposizione sarebbero necessari per permettere ai soli Paesi in via di sviluppo di raggiungere i loro obiettivi.
Raggiungere gli SDGs richiederà investimenti globali decisamente superiori ai livelli correnti di finanziamento allo sviluppo. E questo è stato riconosciuto già in occasione della III Conferenza Internazionale sul Finanziamento allo Sviluppo (Addis Ababa Action Agenda) dello scorso anno e nel più recente Forum ECOSOC.

Gli investimenti privati possono aiutare e colmare la distanza. Già ora, nei paesi in via di sviluppo, il 60% della produzione economica e il 90% dei posti di lavoro a disposizione sono da attribuire al settore privato.
Tuttavia, è evidente che un settore privato interessato solo al profitto e incurante dell’impatto sociale e ambientale delle sue attività è una minaccia per lo sviluppo e il progresso. È, invece, sempre più chiaro che fare del bene permetta a un’impresa di ottenere migliori risultati in termini economici, sociali e ambientali. È possibile, dunque, conciliare il guadagno, l’abbassamento dei rischi, diversificare il mercato di riferimento, abbassare i costi e migliorare la qualità dei prodotti con, per esempio, l’offerta di servizi sociali e di infrastrutture. Questo dovrebbe diventare il mantra di un modo di fare business non solo giusto, ma soprattutto sostenibile.

La sfida principale diventa come inserire lo sviluppo sostenibile al centro dei modelli di business, come fare della sostenibilità il cosiddetto “business-as-usual”, ovvero sia il normale modo di fare le cose.
A questi interrogativi e alla luce di queste considerazioni prova a dare risposte l’ “OECD Development Cooperation Report 2016”, individuando cinque percorsi per mettere a sistema l’enorme potenziale del settore privato come partner nel raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 e garantire la quantità e la qualità di investimenti necessari per sostenere lo sviluppo sostenibile:

  1. Incrementare i foreign direct investments nei paesi più bisognosi, ovvero sia gli investimenti diretti esteri in questi paesi. Già da qualche anno questi investimenti rappresentano la fonte principale di flussi di capitale nei paesi in via di sviluppo garantendo lavoro, produzione, trasferimento di tecnologia e altri benefici.
  2. Coerentemente con il punto precedente, sviluppare nuovi modelli di investimento che uniscano un uso strategico delle risorse pubbliche per attrarre e favorire gli investimenti esteri sarebbe un modo utile per aumentarne il volume. Il riferimento qui è a tutta una serie di strumenti, per esempio sussidi o meccanismi per abbassare i rischi, che incentivino gli investimenti esteri.
  3. Monitorare e misurare l’effetto mobilitante degli interventi pubblici a favore gli investimenti privati. Gli strumenti di finanziamento allo sviluppo sono sempre più numerosi e complessi. Sviluppare sistemi (assicurazioni, prestiti sindacati, ecc.) in grado di controllarli e indirizzarli diventa necessario per garantirne la qualità e l’efficacia.
  4. Gli investimenti a impatto sociale si stanno dimostrando sempre più in grado di elevare persone e comunità da situazioni svantaggiate. Si stanno sempre più diffondendo approcci innovativi di fare business, complementari a quelli esistenti, in grado di moltiplicare i benefici per i più poveri o emarginati.
  5. Infine, perché tutto ciò possa essere reale e verificato, il settore privato deve attenersi agli stessi livelli e standard di trasparenza e responsabilità degli altri attori. D’altronde, è dimostrato come il rispetto dei principi di “responsible business conduct” oltre a generare un impatto positivo sugli stakeholder, garantisca un vantaggio comparato significativo sul mercato per le aziende che li applicano.
 
Seguendo queste strategie e lavorando insieme, afferma il Rapporto, investitori, governi, filantropi, istituzioni e società civile potranno trarre i maggiori benefici dalla convergenza dei rispettivi interessi e dall’unione delle loro risorse, economiche e non.
 
In definitiva, la cooperazione internazionale ha tanto bisogno del contributo del settore privato, quanto questo ha bisogno di rinnovarsi, individuare un nuovo paradigma di riferimento adeguandosi alle sfide globali dell’era contemporanea.
 
Conciliare gli investimenti e le strategie di sviluppo sarà fondamentale per finanziare un futuro sostenibile e prospero per l’uomo e il pianeta. È per questo che mobilitare risorse private per lo sviluppo sostenibile deve essere al centro delle strategie di finanziamento allo sviluppo della cooperazione internazionale.

Scarica l’OECD Development Cooperation Report 2016

di Matteo Mancini

 

venerdì 21 ottobre 2016
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