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Banca Mondiale: i 65 milioni di rifugiati sono una sfida per lo sviluppo globale

La risposta alla migrazione forzata dei 24 milioni di rifugiati costretti ad andare all’estero e degli altri 41 milioni che trovano rifugio all’interno del proprio paese, non può essere solo di tipo umanitario; occorre uno sviluppo globale, dice il Rapporto della Banca Mondiale.

La Banca Mondiale e il Centro Studi di Politica Internazionale (CeSPI) hanno presentato il 30 settembre a Roma il Rapporto "Forcibly Displaced: Toward a development approach supporting refugees, the internally displaced, and their hosts", redatto dalla Banca Mondiale in collaborazione con l’UNHCR, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

Il Rapporto evidenzia come le migrazioni forzate rappresentino sempre più una sfida per lo sviluppo globale. Infatti, la povertà estrema colpisce gli individui più vulnerabili, in particolare coloro che fuggono all’estero a causa di conflitti e violenze, e la loro presenza ostacola le prospettive di sviluppo dei paesi ospitanti, oltre ad alimentare reazioni xenofobe anche nei paesi ricchi. L’obiettivo degli attori per lo sviluppo, che si inserisce nello sforzo più ampio del raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile, è quindi la riduzione della povertà sia dei rifugiati sia delle comunità ospitanti.

I paesi di origine dei rifugiati sono principalmente la Siria (4,8 milioni), l’Afghanistan (2,7 milioni) e la Somalia (1,1 milione). La responsabilità internazionale dei paesi ospitanti nell’accoglienza dei rifugiati non è equamente distribuita: i paesi che ospitano la gran parte dei 65 milioni di rifugiati al mondo sono quelli in via di sviluppo, ovvero l’89% dei rifugiati. I principali paesi ospitanti sono Turchia, Libano e Giordania (nel 2015 hanno accolto il 27% dei rifugiati del mondo), Pakistan e Iran (16% dei rifugiati) e Etiopia e Kenya (7%). Contrariamente a quanto si possa pensare, il numero di rifugiati nell’Ue è relativamente basso e si è notevolmente ridotto rispetto agli anni Novanta. Alla fine del 2015, sono 2,4 milioni i rifugiati riconosciuti che vivono in paesi ad alto reddito. In Italia i soli richiedenti asilo,  ovvero coloro che hanno inoltrato la richiesta di asilo, ma sono ancora in attesa di una risposta da parte delle autorità competenti per il riconoscimento del loro status di rifugiati, sono circa 60 mila. 

Il significativo supporto finanziario fornito dalla comunità internazionale è fondamentale per rispondere alla crisi del trasferimento forzato, ma occorre cambiare l’attuale modello per portarlo su un sentiero più sostenibile. I costi così alti, infatti, sono causati principalmente dagli ostacoli presenti nei paesi ospitanti che impediscono ai rifugiati di lavorare. Questo crea minori entrate fiscali e provoca un aumento delle tensioni sociali. I finanziamenti, quindi, dovrebbero sostenere principalmente le riforme politiche e le capacità dei paesi ospitanti di accogliere i rifugiati.  

Per sostenere i rifugiati occorre ridurne la vulnerabilità, causata soprattutto da traumi e perdita di beni materiali che ostacolano la loro capacità a cogliere le opportunità economiche e li possono condurre quindi in uno stato di povertà. Occorre dunque aiutarli a ricostruire le loro vite. Invece, per sostenere le comunità ospitanti gli attori per lo sviluppo dovrebbero fornire un maggiore supporto nella gestione dello shock causato dal flusso in entrata, che comporta rischi e opportunità.

I programmi di integrazione, però, risultano ancora lenti e deboli. Ad esempio, negli Stati Uniti un rifugiato impiega dieci anni per trovare lavoro, e nell’Unione Europea il periodo d’attesa sale a 15 anni. Alcuni paesi ad alto reddito dell’Ocse stanno lavorando sull’accoglienza dei rifugiati, ma la maggior parte di essi, rileva il Rapporto, tende ancora a non assumersi responsabilità internazionali significative.

 

di Flavia Belladonna

mercoledì 05 ottobre 2016

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