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Dispersione scolastica e violenza di genere, quattro anni di interventi nella relazione di WeWorld

Un approccio non calato dall'alto ma consapevole delle peculiarità del territorio e azioni sui gruppi e contesti prima che sui singoli individui: sono alcune delle indicazioni del Comitato scientifico chiamato ad analizzare il lavoro della onlus in Italia.

Lotta alla dispersione scolastica e azioni per stimolare l'empowerment delle donne: queste le parole chiave del primo Rapporto Quadriennale della onlus WeWorld, che dopo quattro anni di attività in Italia, ha stilato il primo bilancio del proprio lavoro, grazie al coinvolgimento di un Comitato scientifico esterno al quale è stato chiesto di valutare i progetti avviati finora.

Al centro dell'attività della onlus, che lavora a questi temi da 20 anni in molte aree del mondo, c'è la tutela e l'attenzione a donne, bambini e bambine, soggetti più vulnerabili in alcuni contesti.
Sono stati così sviluppati progetti come il Programma Frequenza200, contro la povertà educativa e l'abbandono dei corsi di studio da parte dei giovani più svantaggiati, o il Programma contro la violenza sulle donne SOStegno Donna, avviato nei principali Pronto Soccorso italiani e Spazi Donna nei quartieri più difficili di Roma, Napoli e Palermo.

Tra le rilevazioni più significative del Comitato, quelle relative alla misurazione dell'abbandono scolastico: una valutazione di tipo esclusivamente quantitativo è difficile da realizzare, occorre quindi orientarsi su una di tipo quanti-qualitativo. Tra i vari indicatori si possono registrare quelli finalizzati a misurare se non la “maggiore inclusione” almeno “la diminuita esclusione” dei più giovani dalla scuola, per esempio considerando il numero delle assenza scolastiche come indicatore negativo.

Fondamentale la partecipazione del terzo settore, che a differenza del pubblico, si è dimostrato essere un partner chiave. L’azione di questo, insieme agli enti locali e alle scuole non è solo compensativa della didattica scolastica, ma rappresenta essa stessa una fase educativa, portando al centro del processo formativo altre istanze quali la socializzazione e la valorizzazione di competenze non prettamente scolastiche. Secondo il Comitato occorre di volta in volta specificare la finalità di un progetto in relazione ai potenziali destinatari: diverso è concentrarsi sulla fase preventiva, partendo da bambini e bambine in fase formativa fino ai 7-8 anni, rispetto all'emergenza, con particolare attenzione ai casi che lasciano i banchi tra la terza media e la prima superiore. Una maggiore disponibilità di dati trasversali, come cittadinanza e genere, potrebbe favorire gli interventi contro la dispersione. In diversi contesti è stato infatti evidenziato come altamente incisivo il problema delle gravidanze precoci, che colpiscono ragazze non consapevoli delle implicazioni che si troveranno a fronteggiare una volta incinte.

Per quanto riguarda l'empowerment delle donne attraverso gli Spazi o Centri WeWorld, il Comitato ha rilevato la centralità di un approccio che non tenga solamente conto di bisogni ed esigenze delle singole donne coinvolte. Si sottolinea invece la potenzialità degli interventi che hanno incoraggiato il gruppo delle donne ad un’apertura verso il mondo esterno in processi di carattere collettivo, differenti ad esempio da quelli dei centri violenza, dove avviene una presa in carico del problema del singolo. Particolarmente fruttuosa appare l'esperienza sportiva di gruppo per il contributo che questo può dare alla costruzione dell’autostima individuale, della cooperazione con le altre e sulla volontà di riuscita. Ad ogni modo la difficoltà maggiore consiste nella costruzione di nuovi modelli di presenza sociale: non necessarimente solo madri-mogli, ma anche individui economicamente indipendenti.

In merito alla strategia messa in campo da WeWorld, il Comitato esprime apprezzamento per il modello perseguito, non “calato dall’alto” ma a conoscenza delle specificità di ogni territorio.
“I risultati di questa valutazione ci hanno sorpreso positivamente”, spiega Marco Chiesara, Presidente di WeWorld, “Non è mai facile cominciare da zero, si rischia di innamorarsi delle proprie intuizioni anche quando non portano a niente. Invece abbiamo compiuto delle scelte che si sono dimostrate valide. In alcuno casi siamo riusciti non solo ad affrontare bisogni immediati e concreti, ma anche ad innescare un percorso virtuoso di partecipazione, che ha contaminato alcuni quartieri e territori con la valorizzazione di spazi abbandonati e lo sviluppo di servizi per categorie dimenticate, come le giovani mamme” conclude Chiesara.

di Elis Viettone

lunedì 22 agosto 2016
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