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Ogni anno la malnutrizione uccide 3,1 milioni di bambini, secondo Save the Children

Pubblicato il nuovo rapporto di Save the Children. Nonostante siano stati realizzati sensibili progressi, la malnutrizione infantile è ancora molto diffusa nel mondo. Non si riuscirà a sconfiggerla se prima non si contrasta la discriminazione.

Nell’ambito della campagna “Every Last Child”, Save the Children ha recentemente pubblicato il rapporto “Unequal portions”, che analizza il fenomeno della malnutrizione infantile a livello globale.
Una delle principali forme di malnutrizione è quella definita cronica, che si sviluppa gradualmente nei primi mille giorni, dalla concezione ai due anni di vita, e provoca ritardi irreversibili nella crescita. Il 42,5 per cento dei bambini in Asia meridionale e il 37,6 per cento in Africa subsahariana ne è affetto.
Se 159 milioni di bambini di meno di cinque anni sono affetti da malnutrizione cronica, 41 milioni sono in sovrappeso, un aumento di 10 milioni rispetto a venti anni fa.

Nel 2012, durante la World Health Assembly (Wha), i Paesi partecipanti si sono impegnati a ridurre la malnutrizione cronica del 40 per cento entro il 2025 e, sottoscrivendo gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile nel 2015, hanno promesso di eliminare tutte le forme di malnutrizione entro il 2030. Tuttavia, senza un cambiamento decisivo, solo 39 su 114 Stati raggiungeranno l’obiettivo della Wha e nel 2030 i bambini affetti da ritardi della crescita saranno ancora 129 milioni.
Il Paese con il più alto numero di bambini affetti da malnutrizione cronica è l’India (con 48 milioni), seguita da Nigeria e Pakistan.

Nonostante il numero di vittime sia globalmente diminuito di più di un terzo dal 1990, il progresso è stato lento e, se le tendenze attuali si confermano, Malawi, Niger, Burundi, Timor Est ed Eritrea eliminerebbero la malnutrizione cronica soltanto attorno al 2150.
La malnutrizione acuta, diversamente da quella cronica, si sviluppa in un arco temporale ridotto, è reversibile ed è dovuta a un calo di peso improvviso. I Paesi più colpiti rispetto al totale della popolazione sono Sud Sudan, Gibuti e Sri Lanka (un bambino su cinque).

La malnutrizione è legata a doppio filo alle disuguaglianze tra regioni all’interno dello stesso Paese. Lo Stato dove sono più marcate è il Pakistan, seguito da Guatemala, Perù e Honduras. Le disparità sono particolarmente accentuate tra aree rurali e aree urbane, soprattutto in Perù, Burundi, Bolivia e Camerun. La vulnerabilità alla malnutrizione va inoltre di pari passo con altri fattori quali povertà, genere (in molti Paesi le bambine sono più colpite), trasmissione da madre a figlio, disabilità, etnia, status di rifugiato e fenomeni globali. Tra questi ultimi figurano i disastri e i cambiamenti climatici come El Niño, che nell’ultimo anno ha provocato siccità, alluvioni e frane.

Per contrastare questo fenomeno, tutti i Paesi devono incorporare nella loro legislazione gli obblighi internazionali derivanti, tra gli altri, dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e dalla Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. Si devono rafforzare i sistemi di protezione sociale e garantire l’accesso universale alla sanità, all’acqua e ai servizi igienico-sanitari. Inoltre, Save the Children evidenzia come l’istruzione e l’emancipazione femminile siano potenti strumenti per arginare la malnutrizione infantile. Interventi mirati sulle donne incinte e in fase di allattamento con l’integrazione di micronutrienti sono raccomandati visto che i primi mille giorni di vita sono decisivi per lo sviluppo del bambino. Le politiche e i programmi di sviluppo devono accordare un’attenzione particolare ai gruppi ai margini della società, che devono essere coinvolti nell’elaborazione e nel monitoraggio delle politiche.

Devono essere elaborati target nazionali realistici, da affiancare agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, ma si devono anche effettuare solide analisi contestuali e raccogliere dati disaggregati per identificare eventuali forme di discriminazione. È inoltre necessario coinvolgere i diversi settori (sanità, agricoltura, istruzione, welfare sociale, sviluppo ecc.), incluso il privato. Si devono predisporre strumenti per misurare l’impatto degli investimenti, accrescere la sensibilizzazione (e qui i media svolgono un ruolo cruciale) e aumentare la mobilitazione finanziaria e politica. In questo senso, la malnutrizione dovrebbe occupare un ruolo di primo piano in eventi globali come il G7, il G8, le Olimpiadi e l’Assemblea Generale dell’Onu.

Infine, è essenziale che le società affette da questo flagello si rendano conto che la malnutrizione è anche un costo, che colpisce tanto le vittime dirette quanto l’economia e il benessere dell’intero Paese in termini di mancato sviluppo di capitale umano. Secondo uno studio condotto da Susan Horton dell’Università di Waterloo e da John Hoddinott della Cornell University, ogni dollaro investito oggi nella nutrizione infantile può farne risparmiare fino a 166, secondo il dettaglio illustrato da questo grafico del Copenhagen Consensus Center.

di Lorenza Geronimo

 

 

sabato 25 giugno 2016
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