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Sfruttamento sessuale, lavoro forzato: le vittime di schiavitù nel mondo sono 45,8 milioni

Pubblicato il Global Slavery Index 2016, l’indice che misura e classifica la schiavitù nel mondo, Paese per Paese, a cura della Walk Free Foundation. Dice anche che l’Italia potrebbe fare di più.

 45,8 milioni. Questo è il numero degli esseri umani ancora vittime di schiavitù nel 2016.
A dirlo è il Global Slavery Index (o Indice Globale della Schiavitù), sviluppato dalla Walk Free Foundation, un’organizzazione che mira a porre fine alla schiavitù e alla tratta degli esseri umani nel mondo.
Secondo lo studio, circa due terzi di tutti gli individui vittime di schiavitù vive in Asia e il 58% di essi è concentrato in India, Cina, Pakistan, Bangladesh e Uzbekistan. Rispetto al totale della popolazione, il Paese che primeggia in questa triste graduatoria è la Corea del Nord dove, seppure sia difficile verificare la validità delle informazioni, esistono prove di lavoro forzato imposto dallo Stato (principalmente nei confronti di prigionieri politici e di cittadini inviati a lavorare all’estero in condizioni di schiavitù). Seguono Uzbekistan, Cambogia e India.

Il Global Slavery Index nel 2016 ha anche analizzato le misure adottate da 161 Paesi per contrastare la schiavitù, come l’introduzione o la revisione di leggi e servizi di assistenza e reinserimento delle vittime. Ne è emerso che i governi più impegnati su questo fronte sono quelli di Paesi con un alto Pil pro capite: i Paesi Bassi in primis, seguiti da Stati Uniti, Regno Unito e Svezia. Tuttavia, è interessante notare come non in tutti i casi ad un alto Pil corrisponda un maggior impegno istituzionale. Così, Filippine, Georgia e Brasile stanno dispiegando sforzi straordinari, nonostante dispongano di risorse limitate, mentre Qatar, Singapore e Kuwait sono tra i meno virtuosi.

In Europa occidentale, Nord America, Australia e Nuova Zelanda, la schiavitù è un fenomeno più circoscritto, sebbene esistano casi di sfruttamento sessuale e lavoro forzato. L’Italia detiene un triste primato, con il più alto numero di schiavi dell’Europa occidentale: ben 129.600, pari al 0,2% dell’intera popolazione. Il rapporto classifica i Paesi anche sulla base delle misure prese dai governi per combattere questo fenomeno. Ai Paesi più attivi viene assegnata una tripla A, corrispondente a un punteggio che oscilla tra 90 e 100, mentre quelli più passivi ricevono una D (tra meno di 0 e 9,9). L’Italia, classificata con una B e un punteggio di 49,44 rientra, al pari di Bangladesh e Nicaragua, nella categoria di Paesi dove esiste un quadro legale per lottare contro certe forme di schiavitù e sono stati predisposti meccanismi di protezione degli individui vulnerabili, ma l’assistenza dello Stato alle vittime è esigua e, talvolta, sono le organizzazioni internazionali e le ONG a supplirvi. Inoltre, le politiche dei governi dei Paesi di questa categoria criminalizzano le vittime e/o le deportano e/o facilitano la schiavitù.
A livello globale, nel 2016 si è registrato un aumento complessivo dei casi di schiavitù, con miglioramenti in alcuni Paesi e peggioramenti in altri, anche se il rapporto sottolinea che ciò non sia necessariamente dovuto ad un aggravamento, bensì all’aumento della quantità e della qualità degli indicatori.

Certo è che l’ascesa dello Stato islamico, i conflitti in corso e le conseguenti ondate migratorie aggravano il fenomeno. Se i disastri naturali, che si stanno accentuando sempre più con i cambiamenti climatici, rappresentano un altro elemento di vulnerabilità, una correlazione preoccupante è quella tra distruzione ambientale e schiavitù, sottolinea Kevin Bales, professore all’Università di Hull, nel Regno Unito. Infatti, sono numerosi i casi in cui individui, resi vulnerabili dalla distruzione dei propri mezzi di sostentamento a seguito di conflitti, vengono obbligati a disboscare, estrarre minerali e decimare specie in via di estinzione. In questo circolo vizioso, di cui l’Occidente è un complice silenzioso, lo Stato di diritto scompare e schiavitù, brutalità e distruzione ambientale si alimentano a vicenda, provocando l’emissione di 2,54 miliardi di tonnellate di CO2 ogni anno. La schiavitù, quindi, non ha costi soltanto umani, ma anche ambientali, visto che le persone ridotte in schiavitù sono costrette a produrre più emissioni di gas serra di ogni altro Paese al mondo, eccetto USA e Cina. Combattere la schiavitù significa anche contrastare i cambiamenti climatici.

L’abolizione della schiavitù è stata dichiarata un obiettivo da raggiungere entro il 2030 con l’adozione dell’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile dell’Onu. La sua menzione esplicita in tre Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs 5, 8 e 16) testimonia la complessità di questo fenomeno, che come visto prima ha anche implicazioni sui cambiamenti climatici (SDG 13). È quindi necessario un approccio globale, la cosiddetta global partnership del SDG 17, che coinvolga i governi, il settore privato e la società civile per sconfiggere questa piaga. I governi devono promulgare leggi, come il Modern Slavery Act 2015 nel Regno Unito, che impongano alle grandi aziende di rendere conto delle misure prese in ogni fase della catena di fornitura per impedire l’impiego di schiavi. Le aziende, a loro volta, devono impiantarsi solo nei Paesi che attivamente si battono contro la schiavitù. La società civile, infine, deve far sentire la propria voce e fare scelte di acquisto consapevoli e responsabili.

Per scaricare il Global Slavery Index 2016 clicca qui
 
di Lorenza Geronimo

lunedì 13 giugno 2016
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