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Agenda 2030 ed Europa: quale ruolo per le Ong nella nuova partnership globale?

Un workshop realizzato a Parigi da Iddri, al quale ha partecipato anche ASviS, mette in luce i possibili ruoli delle associazioni europee nell’implementazione degli SDGs delle Nazioni Unite, dalle azioni di advocacy alla comunicazione degli Obiettivi.

Mettere a fuoco il ruolo delle Ong nella realizzazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile in Europa. Questo l’obiettivo del workshop che si è tenuto a Parigi la scorsa settimana, organizzato da Iddri (Institut du développement durable et des relations internationales), al quale hanno preso parte 35 rappresentanti di altrettante associazioni provenienti da tutta Europa, inclusa ASviS.

Il dibattito si è articolato sulle possibili dimensioni nell’ambito delle quali le organizzazioni della società civile possono contribuire all’implementazione dell’Agenda 2030: innanzitutto, attraverso azioni di advocacy e di lobbying, stimolare i governi a integrare gli SDGs nelle proprie politiche, facendo poi da “cane da guardia” per il monitoraggio dei progressi compiuti. Questa prima direttrice appare piuttosto integrata nelle linee operative delle associazioni in quanto gli stati nazionali, firmatari dell’Agenda, sono comunque ritenuti, a torto o a ragione, i “primi responsabili” della sua realizzazione.

Una seconda dimensione riguarda il confronto con le imprese: un tipo di azione decisamente meno frequentato dalle Ong, sia perché molte ritengono ancora che la principale responsabilità non ricada sul settore privato ma sul pubblico, sia perché il ruolo delle aziende, al di là di singoli impegni volontari, non è ritenuto come chiaramente definito. La terza dimensione riguarda la realizzazione di progetti sul campo, per contribuire direttamente agli SDGs, attraverso partnership con le pubbliche amministrazioni o con le imprese. Infine, l’ultima dimensione è connessa alla comunicazione degli SDGs, per migliorare la consapevolezza dell’opinione pubblica, evidenziare i progressi fatti dai governi e rendere i processi di formazione delle politiche più trasparenti.

Tra i motivi che spingono le Ong europee all’azione, il respiro universale e integrato dell’Agenda 2030, l’opportunità di creare nuove coalizioni e di influenzare la strategia politica nazionale, oltre che di proteggere lo “spazio politico” delle associazioni, in un momento delicato a livello continentale. Secondo una recente ricerca tra le Ong (Together 2030), tuttavia, la conoscenza dei piani di implementazione nazionale degli SDGs è particolarmente bassa in Europa, con il 54% che non è consapevole di quello che i rispettivi governi stanno facendo per realizzare l’Agenda 2030. Un dato che si spiega con alcuni fattori di resistenza: una mancanza di fiducia negli accordi internazionali delle Nazioni Unite e dei loro meccanismi di controllo; l’esistenza di framework talvolta già molto strutturati, come nel comparto ambientale; un apparato di indicatori complesso e difficile da comunicare; la non credibilità di molti meccanismi di implementazione nazionale.

In particolare, il workshop si è centrato su un working paper, realizzato da Iddri, che mette a confronto le Ong in Germania e in Francia. Da questo studio, la situazione tedesca appare più dinamica di quella dei cugini d’oltralpe, con un maggior coinvolgimento di associazioni, la produzione di position paper congiunti e di shadow report, anche in virtù di maggiori contributi finanziari per le associazioni che operano in Germania. Da notare che lo stesso working paper, pur concentrandosi solo su due Paesi, cita comunque ASviS come un caso di successo, in particolare per l’educazione allo sviluppo sostenibile.

Di Giulio Lo Iacono

 

Scarica il working paper dell’Iddri

martedì 26 settembre 2017
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