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Alimenti sempre più ricchi di carboidrati e poveri di minerali, colpa del CO2

Gli elevati livelli di anidride carbonica nell’atmosfera stanno alterando il profilo nutrizionale di molti alimenti. Nei prossimi anni potremmo assistere a un calo dell’8% dei minerali contenuti in grano, orzo, riso e patate.

A livello internazionale continua a protrarsi il dibattito sulla scienza del clima, ma non ci sono dubbi sul fatto che i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera stiano aumentando. Secondo l’Osservatorio di Mauna Loa, la più antica stazione di rilevamento di CO2 al mondo, la media mensile di CO2 nell’atmosfera ha raggiunto le 403,36 ppm (parti per milione) nel 2016 e ha addirittura oltrepassato le 410 ppm a maggio del 2017, contro una media mensile di 395 ppm nel 2013. E se questa tendenza può per certi versi sembrare un dato positivo quando si pensa alla crescita delle piante, che si nutrono attraverso la fotosintesi (il cui primo reagente è il CO2), uno studio pubblicato nel 2014 nella rivista eLife ha dimostrato il contrario.

Secondo il matematico Irakli Loladze, che ha condotto l’indagine, sebbene concentrazioni più elevate di anidride carbonica incrementino il tasso di crescita delle specie vegetali, le portano anche a essere sempre più ricche di carboidrati, come il glucosio, e più povere di altri nutrienti che sono alla base della nutrizione umana. All’elenco degli effetti del cambiamento climatico, quindi, dobbiamo aggiungere la sua capacità di alterare le proprietà nutritive del cibo che consumiamo.

La scoperta deriva da studi condotti sullo zooplancton, categoria di organismi animali acquatici che si nutrono di alghe. Alcuni esperimenti avevano già dimostrato che aumentando l’esposizione delle alghe alla luce, queste crescevano più in fretta, determinando un aumento delle riserve di cibo per lo zooplancton, che quindi avrebbe dovuto proliferare. E invece era stato osservato il fenomeno contrario: lo zooplancton faticava a sopravvivere. La maggiore esposizione alla luce, infatti, aumentava il tasso di crescita delle alghe, ma queste finivano per contenere concentrazioni inferiori dei nutrienti di cui lo zooplancton aveva bisogno per vivere.

L’intuizione di Loladze è stata che il principio potesse avere implicazioni più ampie, interessare l’erba di cui si nutrono le mucche, il riso di cui ci cibiamo. Ma nel caso delle piante la realtà non è che ricevono più luce solare, bensì più anidride carbonica. Da qui le ricerche e gli studi del matematico.

Ogni foglia e ogni filo d’erba sulla terra produce sempre più zuccheri con l’aumentare dei livelli di CO2”, ha dichiarato in un’intervista alla rivista Politico, “stiamo assistendo alla più grande immissione di carboidrati nella biosfera che il mondo abbia mai visto – un’immissione che diluisce gli altri nutrienti nei nostri alimenti”.

Sulla stessa linea scientifica di Loladze si è mosso un team di ricercatori condotto da Samuel Myers, della Harvard University, che in uno studio pubblicato sulla rivista Nature ha quantificato l’impatto di elevati tenori di CO2 su diverse varietà di piante. Attraverso una serie di esperimenti definiti “Face” (free-air carbon dioxide enrichment), i ricercatori hanno dimostrato che per la categoria di piante nota come “C3” (che include il 95% delle specie presenti sulla terra, incluso il riso, il grano, l’orzo e le patate), elevati tenori di CO2 impoveriscono le piante di calcio, potassio, zinco e ferro. In particolare, portando i livelli di anidride carbonica a 546 e 586 ppm (parti per milione), livelli che gli scienziati si aspettano di osservare nei prossimi 40-60 anni, la concentrazione di questi minerali diminuisce in media dell’8%. E lo stesso vale molto spesso anche per le proteine, che nel caso del grano e del riso diminuiscono rispettivamente del 6% e dell’8%.

Le conseguenze di questa lieve flessione nella composizione nutritiva delle specie vegetali sono ancora sconosciute, ma potrebbero essere serie e peggiorare nel tempo se si considera che una dieta più ricca di carboidrati e glucosio è associata a patologie cardiovascolari, obesità e diabete, che circa due miliardi di persone vivono in Paesi dove il 60% dell’apporto di zinco e del ferro deriva dagli alimenti definiti “C3”, e che i vegetali rappresentano una fondamentale fonte proteica per le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo.

Lo studio di Irakli Loladze
L’indagine condotta dal team di Samuel Myers

di Lucilla Persichetti

giovedì 21 settembre 2017
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