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Assistiamo alla sesta estinzione di massa, responsabile l’agricoltura intensiva

La velocità con cui scompaiono uccelli e mammiferi ricorda quella delle cinque più vaste estinzioni degli ultimi 500 milioni di anni. Causa principale l’agricoltura intensiva, le specie più a rischio in Africa, Asia e Sud America.

Secondo uno studio pubblicato a giugno sulla rivista Nature, decine di migliaia di specie rischiano l’estinzione a causa delle attività umane sul pianeta. La ricerca, dal titolo “Future threats to biodiversity and pathways to their prevention”, è stata condotta da un team di scienziati ambientali ed economisti delle Università del Minnesota, della California, di Oxford e di KwaZulu-Natal (Sud Africa).

L’indagine rivela che gli attuali tassi di estinzione di uccelli, mammiferi e anfibi sono simili a quelli che hanno caratterizzato le cinque più vaste estinzioni di massa degli ultimi 500 milioni di anni, con la sola differenza che queste erano state causate dall’impatto sulla Terra di meteoriti, fenomeni di vulcanismo e altri cataclismi.

Con una popolazione umana 25 volte superiore a quella di 3mila anni fa (e che si stima possa aumentare di 4 miliardi entro la fine del 21esimo secolo), i tassi di estinzione accelereranno notevolmente e raggiungeranno livelli senza precedenti per i grandi mammiferi dell’Africa tropicale, dell’Asia e del Sud America.

È soprattutto l’utilizzo della terra per motivi agricoli a causare il declino della biodiversità a livello globale, determinando la degradazione o la perdita totale degli habitat. L’80% di tutte le specie di uccelli e di mammiferi terrestri, infatti, è minacciato dalle pratiche agricole, che riducono la superficie disponibile per gli animali e frammentano le popolazioni in piccole aree isolate.

La storia dell’agricoltura industriale è una storia di costi esternalizzati e sfruttamento della natura”, ha dichiarato Ray Patel, docente dell’Università del Texas, in un’intervista al The Independent. E ancora: “L’estinzione è una eliminazione della diversità, ed è quello che accade in Brasile e in altre zone del mondo: si ottengono deserti verdi – monoculture di soia e nient’altro”.

A causare la perdita di biodiversità sono anche la deforestazione, l’urbanizzazione, le attività dell’industria mineraria, e la costruzione di strade e altri corridoi di trasporto che interrompono la continuità degli habitat.

Ci sono poi i comportamenti umani che portano alla mortalità diretta degli animali. La caccia, ad esempio, rappresenta un pericolo per il 40-50% di tutte le specie a rischio estinzione. Il commercio di parti del corpo considerate di valore, come l’avorio degli elefanti e il corno dei rinoceronti, inoltre, è un problema per il quale ancora mancano soluzioni adeguate.

A tutto questo si aggiungono le ricerche sulla biodiversità oceanica e sulla deossigenazione delle acque, secondo le quali i livelli di ossigeno negli oceani stanno scendendo a livelli simili a quelli di 94 milioni di anni fa, periodo nel quale si verificò un’estinzione di massa della vita marina conosciuta come “evento anossico oceanico, Oae-2”. Secondo uno studio pubblicato ad agosto sulla rivista Science Advances, infatti, gli esseri umani sono responsabili del rapido aumento delle “zone morte”, o “zone ipossiche”, dell’oceano: aree marine in cui la concentrazione di ossigeno è talmente bassa che la vita soffoca e muore. Le più vaste zone morte del mondo si trovano nel Mar Baltico e nel Golfo del Messico, dove ogni anno i fertilizzanti utilizzati nel settore agricolo, lavati via dalla pioggia, si riversano nel mare.
 

di Lucilla Persichetti

venerdì 01 settembre 2017
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