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Inutile l’Accordo di Parigi senza la leadership delle 100 aziende più inquinanti

Solo 100 aziende sono responsabili per un quarto delle emissioni globali di gas serra. Il Rapporto Thomson Reuters: se si vuole mantenere l’aumento delle temperature entro i 2°C, devono essere i soggetti più inquinanti a catalizzare il cambiamento.

Il Rapporto pubblicato il 17 maggio dall’agenzia di stampa Thomson Reuters, “Global 100 Greenhouse Gas Performance: New Pathways for Growth and Leadership” rivela le emissioni di gas serra delle 100 società dalle più alte emissioni. Non si tratta, però, di un documento per puntare il dito contro i responsabili del surriscaldamento terrestre, ma di un invito globale alle aziende più inquinanti affinché diventino “leader di trasformazione”.

Un numero relativamente ristretto di soggetti potrebbe fare la differenza nella lotta al cambiamento climatico. Secondo il Rapporto, infatti, soltanto 100 aziende (Global 100) hanno generato 28,4 miliardi di tonnellate[1] di anidride carbonica nel 2015, rappresentando un quarto delle emissioni antropogeniche globali di gas serra.

Tra i primi 30 nomi relativi agli anni 2014-2015 figurano multinazionali come l’Eni, la Royal Dutch,  la British Petroleum, la Toyota, la Volkswagen, e l’Honda.

Al primo posto per emissioni Coal India, società indiana per l’estrazione del carbone, con oltre 2 miliardi di tonnellate di CO2  emesse nel 2015. Segue Pjsc Gazprom, società russa per l’estrazione, la produzione, il trasporto e la vendita di gas, con emissioni superiori agli 1,2 miliardi di tonnellate. La multinazionale americana per il petrolio e il gas, ExxonMobil Corporation, è invece la terza più inquinante con emissioni poco al di sopra del miliardo di tonnellate.

Tra i soggetti europei la Royal Dutch Shell Plc, multinazionale anglo-olandese del petrolio e del gas, che occupa il nono posto della classifica, la francese Total S.A., undicesima, Eni SpA, al quattordicesimo posto con emissioni in aumento rispetto al 2014, e la British Petroleum Plc, dodicesima.

Nella maggior parte dei casi, le emissioni sono rimaste pressoché invariate tra il 2014 e il 2015, mentre avrebbero dovuto diminuire. Quelle di alcuni soggetti sono addirittura aumentate.

Nonostante ciò, un dato positivo c’è: un’analisi della correlazione tra gli introiti delle grandi aziende inquinanti e le loro emissioni rivela che mentre i ricavi, cioè il fatturato, sono proporzionali alle emissioni, l’utile netto (dal quale dipende il valore per gli azionisti) non lo è. Questo indica che il decoupling (letteralmente “disaccoppiamento”) funziona e che per gli azionisti il valore non è colpito negativamente dalla decarbonizzazione.

“Il messaggio lanciato dal settore privato è che la sostenibilità fa bene al business, e la trasparenza è una parte cruciale di questa transizione”, ha dichiarato Erik Solheim, direttore esecutivo dell’Unep (United Nations Environment Programme). “I mercati si muovono rapidamente, ed è nel settore privato che stanno nascendo le più interessanti innovazioni low-carbon. Tenere a mente tutto ciò è essenziale se vogliamo raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e chiudere l’emissions gap, ovvero la differenza tra i livelli di emissione nel 2020 coerenti con il raggiungimento degli obiettivi climatici e i livelli attesi in quell’anno se i Paesi rispettano i propri impegni”.

 

di Lucilla Persichetti



[1] Cifra non aggiustata per il doppio conteggio

 

martedì 30 maggio 2017
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