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La finanza per il clima offre opportunità importanti per le imprese

Un convegno di Confindustria e Kyoto Club mette in evidenza che il mondo industriale si sta riposizionando su una prospettiva low carbon, con nuovi modelli di finanza che offrono anche nuove possibilità di guadagno.

Si sta diffondendo la convinzione che la governance mondiale della lotta al cambiamento climatico non possa più essere adeguatamente supportata soltanto dai governi sottoscrittori dell’Accordo di Parigi. Si segnala infatti che, ad opera degli Stati Uniti e dei sauditi, larghi tratti del documento finale del G 20 di luglio ad Amburgo siano stati eliminati e con essi i riferimenti allo sviluppo sostenibile, al clima e al Gcf, il costituendo Fondo internazionale per il clima.

Il punto è che il sistema industriale mondiale si è ormai riposizionato su una prospettiva low-carbon senza alcuna intenzione di recedere per inseguire la vena politica dei populismi di qua e di là dell’oceano. Quanto mai opportuna è dunque l’iniziativa presa dalla Confindustria in un convegno svoltosi il 22 e dedicato alla finanza per il clima, promosso assieme al Kyoto Club alla vigilia della celebrazione romana dei trattati europei. La Confindustria intende diffondere informazioni e certezze per le imprese e gli investitori e aprirà a tal fine un portale web per lanciare un nuovo modello di finanza di cui l’innovazione è il nocciolo (come ha affermato Andrea Bianchi, direttore delle politiche industriali della Confindustria), in particolare per il clima, le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica.

Nel mondo gli investitori stanno abbandonando i combustibili fossili. Il Fossil Fuel Divestment, un movimento nato nei campus americani nel 2011, ha raggiunto nel 2015 i 5.200 miliardi di dollari Peraltro i sussidi ai fossili, pur diminuiti, sono ancora più del doppio degli incentivi per le fonti rinnovabili su scala mondiale (Ferrante). A Copenhagen si stabilì di dar vita al Gcf con un flusso di fondi aggiuntivi pubblico-privati pari a 100 miliardi di dollari/anno, un impegno confermato a Cancùn e infine alla COP 21 di Parigi, che è però ben noto essere insufficiente di un ordine di grandezza per perseguire quegli obiettivi. Per ora, a poco più di due anni dal target, il Gcf dispone di soli 10 miliardi di dollari/anno, non tutti cash. Le Banche multilaterali di sviluppo, tra cui la nostra Cassa depositi e prestiti (come ha evidenziato Davide Ciferri (responsabile economico finanziario dell’Ufficio studi della Cassa) garantiscono il 30% della finanza sostenibile, spesso destinata a progetti antiquati, considerati più remunerativi. Né il blending pubblico-privato né il leveraging, potranno realizzare Parigi. Occorre modificare la generalità degli investimenti e acquisire la capacità di agire sul mercato finanziario, che non aspetta altro che nuove occasioni di investire e guadagnare, ha sottolineato Francesco La Camera, direttore generale per lo sviluppo sostenibile, per il danno ambientale e per i rapporti con l'Unione europea e gli organismi internazionali del ministero dell’Ambiente. Il Ministero ha promosso con l’Unep il “Dialogo Nazionale dell’Italia per la finanza sostenibile” il cui primo rapporto è stato presentato dalla Banca d’Italia in febbraio dal quale nascono possibili iniziative, un Osservatorio, un Centro per il finanziamento green con la Borsa di Milanio, che saranno lanciate alla Cop 22 di Bonn. Alessandro Canta, Responsabile Area Finance and Insurance di Enel, ha illustrato il nuovo piano industriale basato sulle rinnovabili, sul ridimensionamento delle fonti fossili, sullo sviluppo delle smart grid e sul sostegno tecnologico ai paesi poveri.

Carlo Carraro, vicepresidente dell’Ipcc – ha riferito che per la prima volta il Panel ha predisposto un capitolo sulla finanza climatica i cui fabbisogni stimati al 2030 sono di 750 miliardi di dollari, l’1% del Pil mondiale, così come aveva previsto il Rapporto Stern del 2006. Gli strumenti per la transizione sono il Carbon Pricing, una Portfolio Reallocation, i Green Bond e l’innovazione, capitolo per il quale alcune tecnologie, come quelle ritenute necessarie per togliere carbonio dall’atmosfera, non sono ancora affatto pronte. Il prezzo del carbonio, oggi intorno a 5 euro per tonnellata, per ottenere i 2 °C a fine secolo dovrà salire, facendo la media tra oltre 1000 studi presentati all’Ipcc, a 30 euro per tonnellata nel 2030 e a 210 oltre il 2050. Il portafoglio degli investimenti consta nel 2014 di 148 miliardi di dollari pubblici e 24 miliardi di dollari privati, ma solo il 7% è per l’adattamento che non dà rendimenti rispetto alla mitigazione per la quale gli investimenti sono quasi tutti per le rinnovabili. I Green Bond secondo Moody’s sono passati da 0,8 Mld$ nel 2007 a 80 Mld$ nel 2016. Prima delle conclusioni del Ministero Affari Esteri, affidate a Ludovica Soderini, responsabile dell’ Ufficio di coordinamento G7, G8, G20, che ha illustrato le modalità di accesso al Gcf, una importante presa di posizione di Roberto Ridolfi, direttore per la Crescita sostenibile e lo sviluppo della Commissione europea, ha provato a galvanizzare gli imprenditori. Il denaro è il vostro, dice, ma noi siamo disposti a ridurre il rischio dei vostri investimenti. L’80% del fondo Eip, External Investment Plan, dotato di 1,5 miliardi di euro, è destinato alla lotta ai cambiamenti climatici e garantisce agli imprenditori le perdite, i cambi di valuta e i possibili errori di gestione nei paesi poveri. Vogliamo, ha detto, fare rinnovabili, batterie e reti intelligenti soprattutto in Africa, dove la voce europea è politica, ben diversa da quella delle banche di sviluppo. Questa sarà la risposta comunitaria portante al problema della migrazione, sulla quale si sta giocando il futuro di tutti i governi europei.

di Toni Federico

venerdì 24 marzo 2017
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