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Aumenta la deforestazione: l’industria della carne divora l’Amazzonia

Nell’ultimo anno la foresta amazzonica ha perso due volte il territorio dell’Umbria. I governi sudamericani allentano la  sorveglianza e le foreste vengono incendiate per far posto a monocolture intensive.

Secondo i dati del progetto di monitoraggio per la deforestazione in Amazzonia (Prodes) forniti dall’Istituto nazionale del Brasile per le ricerche spaziali (Inpe), tra il 2015 e il 2016 il tasso di deforestazione dell’ultimo polmone verde del mondo è tornato ad aumentare dopo oltre dieci anni di tregua legati alle denunce del movimento “Save the Rainforest”, raggiungendo i 7.989 chilometri quadrati: un’area pari a due volte il territorio dell’Umbria. Si tratta di un aumento del 30% rispetto all’anno precedente, sebbene il dato sia inferiore del 71% rispetto a quello del 2004, quando è stato avviato dal Governo brasiliano il Piano di azione per la prevenzione e il controllo della deforestazione in Amazzonia (PpcdAm).

Una pessima notizia per la lotta al cambiamento climatico e per la protezione della biodiversità, se si considera che la foresta amazzonica è un enorme deposito di carbonio che trattiene tra gli 80 e i 120 miliardi di tonnellate di Co2 e custodisce almeno il 10% delle specie vegetali, animali e microbiche presenti sulla terra. Sono infatti circa 60mila le varietà di piante che ospita, mille le specie di uccelli e oltre 300 le specie di mammiferi.

Tra i principali complici di questo dramma ambientale, un’indagine condotta dall’organizzazione Mighty Earth fa il nome di Burger King, il colosso del fast food che acquista carne proveniente da bestiame alimentato a mangimi a base di soia. Proseguendo a ritroso lungo la catena di produzione troviamo quindi le grandi multinazionali alimentari come Bunge e Cargill, che acquistano i raccolti delle monocolture intensive rese possibili dall’incendio delle foreste pluviali da parte dei proprietari terrieri.

Secondo Greenpeace e altri attivisti ambientali, parte del problema sarebbe dovuto a un aumento di tolleranza da parte dei governi sudamericani nei confronti della devastazione dell’Amazzonia. “Negli ultimi anni, le politiche di protezione ambientale si sono indebolite”, ha affermato Cristiane Mazzetti, attivista della campagna Amazzonia di Greenpeace. “Per esempio, sono state create pochissime aree protette e Terre Indigene e, nel 2012, è stato approvato nuovo codice forestale che concede l’amnistia per il crimine di deforestazione illegale.”

A tutto questo si aggiunge l’intenzione del governo Temer di ridurre la protezione di alcune aree intatte della foresta pluviale. Delle cinque aree protette istituite nel 2016 dal governo di Dilma Roussef, l’iniziativa propone di cancellarne interamente una e ridurre le altre quattro del 40%. “In una sola mossa si potrebbe togliere la protezione a un’area grande sei volte l’area metropolitana di Londra: circa un milione di ettari di foresta”, riporta Greenpeace. In una fase politica delicata come quella brasiliana attuale, la protezione delle Conservation Units tende a finire in secondo piano rispetto alle considerazioni economiche, essendo percepita come ostacolo agli investimenti piuttosto che potente strumento contro la deforestazione.

 

di Lucilla Persichetti

mercoledì 15 marzo 2017
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