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Ddl povertà, Giovannini: "Un passo avanti ma la mia critica è nel metodo"

Il portavoce dell'ASviS analizza il provvedimento per il reddito di inclusione approvato dal Senato: “Invece di portare le persone sotto la soglia di povertà a un livello reddituale minimo si aiutano tutti”. Soddisfazione di Save the Children.

“Un passo nella giusta direzione ma insufficiente non solo per le risorse messe a disposizione ma soprattutto per il disegno stesso dello strumento”, questo il commento del portavoce dell'Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile, Enrico Giovannini, nel suo intervento alla rubrica “Scegliere il futuro”, in onda su Radio Radicale ogni venerdì, sul varo del disegno di legge di contrasto alla povertà, approvato ieri in via definitiva dal Senato.

Il provvedimento, già votato dalla Camera il 14 luglio, vuole migliorare la condizione di 400mila famiglie in povertà assoluta, condizione che, fa notare Save The Children, tra il 2005 e il 2015 ha visto triplicare la sua incidenza sui nuclei con almeno un minore, passando dal 2,8% al 9,3%, e ha portato i bambini di quattro famiglie povere su dieci a soffrire il freddo d’inverno, poiché i loro genitori non possono permettersi di riscaldare adeguatamente la casa, e un bimbo su 20 a non ricevere un pasto proteico adeguato al giorno.

Ecco perché la “Delega recante norme relative al contrasto della povertà, al riordino delle prestazioni e al sistema degli interventi e dei servizi sociali”, meglio conosciuta come “reddito di inclusione” ha messo sul piatto quattro miliardi distribuiti tra il 2017 e 2018, destinati a circa un milione e 770mila individui.

“Già da ministro (nel governo Letta, ndr) – ricorda Giovannini – avevo messo a punto uno strumento per l'inclusione sociale attiva, non soltanto erogando un reddito per i più bisognosi ma anche potenziando gli strumenti di reinserimento nel mondo del lavoro. Purtroppo le risorse dedicate sono insufficienti e questo permetterà ora di concentrarsi solo sulle famiglie con minori e su quei lavoratori oltre i 55 anni che hanno perso l'impiego”.

“La mia critica però è il metodo" – prosegue Giovannini - perché il sussidio andrà in cifra fissa, ossia 80 euro a componente familiare, ma così facendo invece di portare le persone sotto la soglia di povertà a un livello reddituale minimo calcolando caso per caso il contributo, si aiutano tutti nella stessa misura, rendendo meno effettivo l'intervento”, conclude Giovannini.

Esprime una moderata soddisfazione anche il direttore dei programmi Italia-Europa di Save the Children, Raffaela Milano, che aveva notato come fino allo scorso anno l'Italia fosse, insieme alla Grecia, l'unico Paese Ue a non essersi ancora dotato di una misura di contrasto al fenomeno: “La vera sfida ora è quella di garantire, come prevede la legge, che oltre al supporto economico vengano attivati i servizi per mettere in atto un progetto personalizzato di inclusione sociale che dovrà tenere in considerazione il percorso di crescita dei minori, in modo da incidere realmente sul futuro dei nuclei familiari coinvolti dal provvedimento”.

di Elis Viettone

venerdì 10 marzo 2017
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