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L’incontro dell’ASviS al Senato con i leader di partiti e movimenti

Ecco una sintesi del dibattito: dopo il saluto del presidente Grasso sono intervenuti Stefanini e Giovannini per l’Asvis, Busto (M5S), Fassina (Sinistra Italiana), Giorgetti (Lega Nord), Lupi (Nuovo Centrodestra), Rampelli (Fratelli d’Italia), Piazzoni (Pd) e Zanetti (Scelta Civica).

Nella mattinata del 31 gennaio, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), ha riunito a Palazzo Giustiniani importanti esponenti dei maggiori partiti e movimenti politici per un dibattito sul tema “La politica di fronte alla sfida dello sviluppo sostenibile”, aperto dal discorso del Presidente del Senato, Pietro Grasso e moderato da Maria Latella e Donato Speroni (autore di queste note). Ecco una sintesi degli interventi. Per il testo completo si rimanda al video sul sito dell’ASviS.

Pietro Grasso, presidente del Senato

L’attuale modello di sviluppo non è più in grado di assicurare il benessere e la prosperità del mondo. Non vi è alcuna alternativa possibile per il pianeta se non quella di realizzare un percorso virtuoso sulla base dei 17 obiettivi dell’agenda 2030 e questo vale anche per i Paesi più avanzati. Il rapporto dell’ASviS ci stimola a riflettere sui temi cruciali che delineano il futuro. È frutto del lavoro di decine di esperti delle associazioni aderenti all’Alleanza e ci offre un prezioso spunto per aprire un dibattito.

La sfida più grande è quella di orientare tutte le politiche dei prossimi anni, tanto sotto il profilo economico quanto quello dell’educazione, dei diritti, del risparmio energetico, delle infrastrutture, nell’ottica degli obiettivi dell’agenda 2030. Sfogliando il Rapporto prodotto dall’ASviS ci si rende conto delle difficoltà che stiamo affrontando, ma anche di alcune interessanti soluzioni delle quali possiamo fare tesoro. L’Italia dovrà essere protagonista del processo per rivedere la strategia di Europa 2020.

Tra gli obiettivi mi è particolarmente caro il tema dell’educazione, precondizione necessaria ma non sufficiente per il conseguimento dell’insieme delle mete previste. È infatti evidente che dare a ogni bambino la concreta possibilità di realizzarsi sul piano professionale, morale, civico, è la base per far sì che ognuno in ogni parte del mondo goda degli stessi diritti e adempia agli stessi doveri.

Pierluigi Stefanini, presidente dell’ASviS

Ci poniamo l’obiettivo di determinare una nuova traiettoria dello sviluppo che ponga rimedio alle tante ingiustizie che stiamo vivendo. La crisi economica si è tradotta in crisi di lungimiranza: siamo condannati a gestire le emergenze e perdiamo di vista la necessità di guardare le cose con una visione più ampia. Voglio mettere in evidenza quanto sia importante dare significato e valore alla rappresentanza degli interessi, fare in modo che ci possa essere una capacità di coinvolgimento, di corresponsabilità di collaborazione delle diverse istanze sociali, politiche, istituzionali. La nostra linea di lavoro come Alleanza è quella di essere un soggetto che porta avanti delle proposte evitando le inutili rivendicazioni. In linea prioritaria, intendiamo stimolare una cultura della sostenibilità nel nostro Paese: fare in modo che l’approccio che vogliamo promuovere possa alzare il livello di attenzione, sensibilità e impegno. Peraltro l’Alleanza intende anche stimolare percorsi collaborativi tra gli aderenti facendo in modo che possono esserci progetti condivisi che nel tempo si affermano. Vogliamo cioè essere un attore che contribuisce a promuovere campi di collaborazione.

Enrico Giovannini, portavoce dell’ASviS

Le slide presentate da Giovannini

Un ringraziamento non formale agli onorevoli che hanno accettato questa sfida, per una riflessione comune. Sapevamo che stavamo chiedendo molto e li ringrazio.

I grandi della Terra, compreso chi rappresentava l’Italia, nel settembre 2015 hanno tutti concordato sulla non sostenibilità dell’attuale modello di sviluppo. Attenzione, una insostenibilità non puramente ambientale. Con il passaggio all’agenda 2030 si è capito che gli elementi economici, sociali, ambientali e istituzionali sono tutti strettamente connessi.

Nonostante tutto quello che è stato fatto in questi anni, siamo ancora sui trend immaginati quarant’anni fa dal Club di Roma. I 17 obiettivi dell’Agenda 2030 prendono in considerazione tutti gli elementi che costituiscono il benessere di un Paese. Questi 17 obiettivi sono declinati in 169 target. Non sono qualcosa di astratto: sono quello di cui i media parlano ogni giorno, forse senza utilizzare questa visione integrata dei vari aspetti; li trattano come se fossero elementi separati, mentre una delle caratteristiche dell’agenda 2030 è proprio l’integrazione.

Ai rappresentanti dei partiti e dei movimenti chiediamo: come pensate alle prossime elezioni di proporre soluzioni che non siano la solita “pallottola d’argento”, ma di affrontare tutti questi problemi? Il rapporto dell’Alleanza che è disponibile sul nostro sito aiuta proprio a capire che cosa si potrebbe fare, anche perché tutto il mondo si sta occupando di questi temi e quindi siamo all’interno dei coordinamenti europei e stiamo guardando a quel che avviene negli altri Paesi. Talvolta basterebbe copiarli. Il nostro Rapporto è stato realizzato attraverso i nostri gruppi di lavoro: oltre 350 esperti che lavorano a titolo gratuito in rappresentanza dei 140 aderenti. È stato predisposto in poche settimane perché dietro c’era tutta la competenza degli esperti. Il rapporto è stato il primo check-up della situazione dell’Italia rispetto agli obiettivi e ai target. La risposta è stata che l’Italia è lontana dal sentiero della sostenibilità. Ci sono debolezze di carattere giuridico -istituzionale recuperabili anche rapidamente se le forze politiche volessero, ci sono legislazioni che sono perfette sulla carta ma non vengono attuate, mancano pezzi fondamentali della strategia che fanno un Paese sostenibile nel lungo termine. Riteniamo ci sia un’assenza di una visione sistemica, proprio quella che oggi chiediamo a partiti e movimenti. Nel gennaio 2017 il ministero dell’Ambiente, che ha il coordinamento per il governo di questi temi, ha pubblicato un volume di quasi 400 pagine che conclude come il nostro rapporto: l’Italia non è in una posizione di sostenibilità. Entro maggio dell’anno scorso l’Italia avrebbe dovuto scrivere la sua Strategia di sviluppo sostenibile. Non l’ha fatto, lo sta facendo adesso e si è impegnata a presentarla a luglio allo High Level Political Forum a New York, dove anche molti altri Paesi europei faranno altrettanto. Noi siamo convinti che il Paese, il 75% dell’opinione pubblica, ci dicono i sondaggi, sia alla ricerca di nuove soluzioni sostenibili. Adesso è compito delle forze politiche trasformare questa aspettativa in proposte concrete.

Mirko Busto, Movimento 5 Stelle

In precedenza facevo l’ingegnere ambientale e mi occupavo di ricerca, cioè di misura della sostenibilità ambientale. Lo studio dell’ASviS analizza la prospettiva di quello che succede nel mondo nel medio e lungo termine e penso che il Movimento 5 Stelle sia costituzionalmente incline all’analisi di medio-lungo termine proprio perché siamo opposti a un sistema politico che ha finito col ripiegarsi su se stesso e perdere questa visione che guarda al futuro. La prima riflessione che vorrei fare e sul concetto di sviluppo sostenibile. Ci sono state diverse definizioni, ma di solito se ne parla intendendo una crescita economica compatibile con i limiti naturali di questo Pianeta. Vorrei sollevare una criticità, perché non sono così convinto che il concetto di crescita economica così come viene misurata sia parte della soluzione e non parte del problema. Sembrerebbe che i servizi ecosistemici siano uno strumento utile per perpetuare la crescita economica. In realtà la crescita economica non è la cura, ma la malattia. Ci chiediamo se la crescita economica è sinonimo di aumentato benessere, soprattutto quando la misuriamo con un indicatore come il Pil che è stato definito inadeguato da illustri pensatori. Esistono indicatori alternativi al Pil: il Bes è uno di questi. Ci sono state tante iniziative degli anni per correggere un approccio eccessivamente riduzionista. Oggi non può esserci una crescita illimitata in un sistema finito e dobbiamo certamente modificare un sistema di pensiero, dobbiamo trovare le parole giuste per raccontare questa realtà. Abbiamo una crisi ambientale drammatica, ma anche una crisi sociale. Tutti parliamo di cambiamento climatico, ed è giusto farlo anche perché molti indicatori hanno superato il valore di soglia e rischiano di rendere questo pianeta inospitale. Il cambiamento climatico è sicuramente il problema di cui si parla maggiormente, ma vorrei concentrarmi su alcuni altri goal dell’Agenda 2030. Il primo è sconfiggere la povertà. Noi sappiamo benissimo che l’Italia è un paese dove la povertà aumenta, quella assoluta colpisce 4,6 milioni di italiani, ed è aumentato anche il divario tra ricchi e poveri, è aumentata la concentrazione della ricchezza in poche persone, in Italia e anche a livello globale. È necessario agire con una misura di sostegno e per questo proponiamo il reddito di cittadinanza. Ne abbiamo fatto una bandiera perché solo in Italia, in Bulgaria e in Grecia tra i Paesi europei manca una qualsiasi forma di sostegno e crediamo che sia il momento, che sia necessario introdurlo anche nel nostro Paese. L’obiettivo due, sconfiggere la fame, è centrale, ma voglio focalizzarmi sulla mancanza di una educazione alimentare. Abbiamo perso le nostre radici culturali: la dieta mediterranea, patrimonio dell’Unesco, in Italia non è più praticata. C’è bisogno di riavvicinarci a una salubrità degli alimenti e a una modalità di mangiare che consenta di andare avanti in questa direzione. C’è bisogno di una agricoltura sostenibile anche per il cambiamento climatico. Dovremo certamente lavorare sull’energia che ha bisogno di una programmazione di medio e lungo periodo. Noi stiamo lavorando in rete a un “programma energia” per cercare di arrivare all’obiettivo di escludere completamente le fonti fossili entro il 2050. È un obiettivo molto ambizioso ed è indispensabile che venga posto discutendo con i cittadini. Dobbiamo certamente avviare un dialogo più stringente con la popolazione perché non ci sarà modo di imporre un nuovo sistema dall’alto; dobbiamo lavorare al tempo stesso bottom-up e top down. Se non capiamo come si genera il cambiamento non otterremo nessun cambiamento. Noi vogliamo la democrazia diretta: cerchiamo di coinvolgere il più possibile per generare uno spazio per creare cambiamento della società,

Stefano Fassina, Sinistra Italiana

Ho apprezzato il Rapporto dell’ASviS che pone una serie di interrogativi di fondo. È chiaro che non siamo più di fronte semplicemente a una crisi, perché per gli economisti la crisi è quando per due trimestri di seguito il Pil non cresce, ma poi si recuperata la traiettoria. Qui invece siamo di fronte a una situazione in cui tutti gli equilibri ambientali, economici, sociali e democratici vengono messi in discussione. Donald Trump, anche se le sue ricette possono non piacerci, rappresenta una risposta non convenzionale e diversa dal passato a queste sfide. Il rapporto si dice in modo chiaro che i risultati che verranno fra 15 anni sono frutto di processi lenti e quindi dobbiamo cominciare. Sulle proposte che ci sono state avanzate, non sono sicuro che uno dei nostri problemi sia la modifica della prima parte della Costituzione. C’è una letteratura costituzionale che penso possa agevolmente ricondurre i 17 indicatori all’articolo 2 cioè all’impegno al pieno sviluppo della persona umana. Dobbiamo però chiederci se la Costituzione materiale è coerente con questo principio, fare l’analisi dei trattati europei e chiederci se quei principi sono coerenti con la nostra Costituzione e con gli obiettivi che vogliamo raggiungere. I trattati europei non sposano la dignità del lavoro e la sostenibilità; il loro riferimento è la stabilità dei prezzi e la tutela della concorrenza e credo che questo sia un problema molto serio, una contraddizione profonda e radicale tra principi formali della nostra Costituzione e principi che vengono applicati. C’è un punto che il Rapporto ASviS non può affrontare perché è divisivo politicamente, ma è decisivo per la mia parte politica. Tu non puoi avere un impianto di cultura economica, una visione antropologica e un’agenda di governo che producono svalutazione del lavoro, disuguaglianza, marginalità sociale e poi mettere in campo una batteria di policy per contrastarla, perché non funziona.

L’eurozona funziona sulla base del principio della svalutazione del lavoro: non si può più svalutare la moneta, quindi si svaluta il lavoro, poi si accumulano risorse per arginare la povertà. Meglio che non farlo, ma in questa visione sistemica vorrei rimuovere le cause fondamentali. Credo quindi che le utilissime policy che vengono raccomandate dall’ASviS devono stare dentro un altro impianto che riproponga la regolazione dei mercati, dei movimenti di capitali, con precisi standard ambientali e sociali, altrimenti svuotiamo il mare con il cucchiaino.

Sul Cipe sono d’accordo a rinominarlo, ma non toglierei la programmazione perché per attuare le politiche che vengono raccomandate c’è bisogno di programmazione. Chiamiamolo “Comitato interministeriale programmazione per lo sviluppo sostenibile”. Adattare il Cnel a quanto viene raccomandato potrebbe essere una seconda vita molto produttiva di quest’organo nella prospettiva della sostenibilità.

Lavoro. La Repubblica democratica non è fondata sul reddito di cittadinanza, ma sul lavoro, però bisogna ridistribuire il tempo di lavoro, altrimenti la cittadinanza diventa asimmetrica: se qualcuno lavora e qualcuno è mantenuto, chi è mantenuto non avrà la cittadinanza come l’altro. Sono d’accordo a garantire un reddito per chi non lavora, ma deve essere uno strumento di promozione del lavoro. Redistribuiamo il tempo di lavoro fra uomini e donne, tra chi fa gli straordinari e chi non lavora per nulla, ma il tempo di lavoro rimane un vettore di cittadinanza democratica.

Il capitale di fiducia nella politica si ricostruisce con l’efficacia della politica. Perché si è persa la fiducia? Perché la politica è stata impotente questi anni, ha accompagnato e non contrastato i processi di marginalizzazione di cui ora discutiamo. La politica dell’ultimo quarto di secolo ha perso il controllo della politica monetaria, dei movimenti di capitale, delle politiche di bilancio, dei tassi di cambio E stata sostanzialmente un’attività residuale ed è normale che di conseguenza salga la marea populista. Insomma, c’è bisogno di produrre cambiamenti positivi della vita materiale delle persone per riconquistare la fiducia nella politica.

Giancarlo Giorgetti, Lega Nord

L’occasione è utile. Io rappresento una forza politica che qui gioca un po’ fuori casa, ma questo incontro è un bagno salutare rispetto a tutta una serie di temi che la politica quotidiana ignora; ci costringe a guardare al lungo periodo. Però nel lungo periodo non possiamo ignorare questa domanda: secondo voi la politica italiana può davvero incidere in questo momento sulle scelte che voi ci chiedete? Un parlamentare può incidere veramente? La verità è diversa: la dinamica sovranazionale detta le regole della globalizzazione e non vedo come il politico italiano possa incidere. Le indicazioni arrivano da centrali che non rispondono in nessun modo alle indicazioni dell politica. Siamo immersi nelle magnifiche sorti e progressive della Unione Europea che stabilisce regole cogenti per tutti. Il politico si trova a che fare con trattati, direttive e regolamenti che hanno un impianto esclusivamente economicistico e provengono dall’Europa. Le regole che siamo tenuti a rispettare sono regole che oggi in buona sostanza strozzano completamente le ambizioni di una politica diversa. Giovannini dice: non concentriamoci sul consumo ma sull’investimento, ma come facciamo? Come è stato raggiunto l’obiettivo di convergenza del mitico euro? Tagliando qualsiasi forma di investimento in conto capitale. Un goal parla delle città, ma andate a vedere come sono stati fatti i progetti per le città sostenibili: centinaia di progetti che tutto di corsa hanno costruito gli uffici tecnici dei comuni pur di portare a casa qualche soldo e il governo li ha finanziati tutti! Quindi il ragionamento deve partire necessariamente dal fatto di cambiare questo schema che da trent’anni ci ha condizionato e ci condiziona. Se non usciamo dall’euro, vedo difficile ricreare le condizioni oggettivamente possibili per creare economia e ricchezza in questo Paese.

Non sono d’accordo sul reddito minimo di cittadinanza perché il tema centrale è quello del lavoro. Se non c’è lavoro non c’è nulla. In uno dei sottogoal si parla del problema: che pensione avranno i giovani? Bisogna creare lavoro e bisogna che ci siano i giovani che possono lavorare. Il problema demografico mi sembra sottovalutato perché è evidente che tutta l’Agenda 2030 nasce da una problematica di eccessiva crescita demografica a livello globale. Noi abbiamo un problema demografico inverso: quanti italiani ci saranno nel 2050? È evidente che una società così anziana non può reggere, non è sostenibile, ci vuole una politica fiscale per la famiglia. Le dinamiche demografiche di questo paese sono allucinanti e non ci sarà nessun sistema previdenziale che potrà garantire la sopravvivenza e la sostenibilità del sistema.

Il tema dell’innovazione si riconnette con quello del lavoro. Il problema di fondo è che più produttività creiamo, meno posti di lavoro sono disponibili. Bisogna ritornare a lavorare di meno e lavorare tutti. Il tempo di lavoro e quello di ozio devono essere in qualche modo ridistribuiti, altrimenti non funziona. Non è possibile immaginare in modo diverso in questo Paese.

C’è anche un problema di vocazione, perché dopo la deindustrializzazione che abbiamo subìto dobbiamo dedicare maggiore attenzione ai dati ambientali. Pubblica amministrazione: deve essere la struttura di trasmissione delle politiche e invece le risorse che abbiamo non si trasmettono in modo efficiente. Cooperazione internazionale: noi non siamo tra quelli che pensano che le migrazioni risolvano i problemi. Bisogna invece intervenire nei Paesi di origine, ma non condividiamo l’approccio del Fondo monetario internazionale che non ha nessuna capacità di cogliere le possibilità di sviluppo di ciascuna nazione E quindi un euro speso nei paesi d’origine vale molto di un euro speso in assistenza nei modi discutibili che conosciamo.

Maurizio Lupi, Nuovo Centrodestra

Sviluppo sostenibile e sviluppo dell’economia sono i temi che ci hanno accompagnato negli anni con la contrapposizione tra il bisogno di crescita dell’economia e la necessità che fosse sostenibile. Oggi c’è un punto in più: la sfida della sostenibilità non è più quella della contrapposizione tra due modelli ma è la coscienza di dover recuperare trasversalmente come la sostenibilità venga realizzata nell’ambito della crescita. Per noi questo significa mettere la persona al centro delle politiche, puntare sul capitale umano. Del resto sempre di più in un mercato globale la competizione si vince dove la qualità della vita è migliore. Una grande azienda sceglie un Paese rispetto un altro se in quella città funzionano i servizi, le infrastrutture, l’ambiente, il verde, cioè una composizione di elementi che consentono di fare imprese in un contesto favorevole alla persona.

Voglio toccare tre punti. Se la persona è al centro dello sviluppo sostenibile, la sfida del paese si chiama educazione. Nel 1967, quando Paolo VI pose la persona al centro dello sviluppo, il tema era l’analfabetismo, oggi ci sono temi di analfabetismo di ritorno nella nostra società, ma dobbiamo comprendere come il tema dell’istruzione sia più ampio. È il tema dell’eccellenza, di un sistema scolastico universitario, della formazione permanente: è la sfida del Paese. Tutti governi che si sono succeduti hanno fatto una riforma della scuola, però su questo sembra che abbiano perso la sfida. Il tema riguarda anche la qualità dell’istruzione e quindi della competizione tra più sistemi, perché l’istruzione è un diritto di tutti, ma a questo diritto tutti possono concorrere in competizione positiva.

Secondo obiettivo, la lotta alla povertà. Si può parlare di sviluppo sostenibile solo se abbiamo chiaro che il disagio che esiste non solo in Italia, ma in tutto il mondo compresa l’America, è innanzitutto un disagio sociale, di chi si sente escluso. I nove milioni di persone che in Italia sono alla soglia della povertà sono la sfida vera. È ovvio che per noi la lotta alla povertà passa attraverso il ribaltamento del tradizionale modo di affrontare il welfare, con la grande questione dell’erogazione dei servizi di qualità.

Ultimo punto, la sfida delle città. Lotta per la sostenibilità vuol dire dare qualità della vita e ambiente delle nostre grandi città. Il problema delle periferie è importante. Questo Papa ha rilanciato l’attenzione alle periferie partendo da una nozione umana e personale: le periferie dell’esistenza che si giocano poi nelle periferie degradate. Una persona non deve essere sfortunata se nasce nei grandi quartieri periferici e i programmi dei partiti dovranno concretamente confrontarsi su queste cose.

Fabio Rampelli, Fratelli d’Italia

Vorrei provare a svolgere un intervento diverso, per guardare gli argomenti di cui stiamo parlando da un’altra prospettiva. Le generazioni che si sono alternate fin qui hanno seguito un’utopia: l’ideologia progressista che non è mai stata approcciata in maniera critica. Questa utopia progressista di fatto ha generato dei modelli unici e non vorrei che fosse tale anche lo sviluppo sostenibile di cui parliamo da tanto tempo.

Il modello unico progressista ci ha dato un unico approccio. Qui dobbiamo discutere diverse idee plurali di sviluppo sostenibile, altrimenti ricadiamo nella fattispecie che c’è stata consegnata fin qui da algoritmi che non sempre hanno portato bene, almeno a giudicare dello stato in cui ci troviamo costretti. Il prodotto interno lordo non può essere l’unico parametro di riferimento per misurare il benessere. La qualità della vita complessivamente intesa conta molto di più, ma non si sono ancora individuati nel pensiero unico della società dominante, nel mondo intellettuale, tra gli analisti e gli operatori dell’informazione, nel mondo accademico, dei parametri per poterla misurare dal punto di vista dei cittadini.

Questo discorso vale anche per il ciclo dei rifiuti: si pensava che quasi automaticamente dovesse finire nel modello distruttivo degli inceneritori anzi, secondo il termine politicamente corretto, dei termovalorizzatori. Utopisticamente, con l’approccio ideologico progressista, si pensava di poter distruggere il rifiuto anziché trasformarlo. Quindi puoi produrre quanti rifiuti vuoi, immaginando che il Pianeta abbia risorse infinite.

Il pensiero unico dominante dall’economia liberista è un’altra utopia. Che cosa ci azzecca il modello occidentale con la Cina che apparentemente si integra perché conviene alla sua economia, ma ha un approccio diverso, con valori diversi? Eppure noi mettiamo in ginocchio l’economia occidentale, ci imponiamo parametri di sostenibilità sempre più severi, salvo poi delocalizzare le imprese italiane, portarle in Cina o nei Paesi in via di sviluppo oppure importare dalla Cina facendo finta di non vedere che tutte quelle materie che utilizziamo quotidianamente vengono realizzate in spregio dell’ambiente, dei diritti sociali, sindacali, delle donne e dei minori per non parlare dei campi di lavoro forzato.

Se il 60% della popolazione mondiale è concentrata in aree urbane, abbiamo un parametro di riferimento che non ci appartiene, ma che abbiamo subìto. Abbiamo comunque sviluppato un modello di concentrazione immaginando che lì ci potesse essere il benessere e abbiamo snaturato le nostre città.

Penso dunque che per un approccio virtuoso e rivoluzionario al tema della sostenibilità sia indispensabile tornare a modelli identitari, modelli culturali che valorizzino le differenze. Che sia indispensabile tornare all’approccio critico rispetto a ogni pensiero senza esclusioni per poter lavorare all’inizio di una fase diversa che veda la persona umana al centro del processo. Occorre una riconquista di campo, perché le maggiori organizzazioni internazionali non riescono a dominare questo processo e quindi è necessario avere un approccio critico nei confronti di questi organismi. Per esempio oggi siamo di fronte un’altra degenerazione, una mania che ci induce ad accelerare i processi di digitalizzazione, facendo anche investimenti pubblici. Io penso che gli investimenti pubblici dovrebbero essere investiti per capire come mantenere i livelli di occupazione e non per accelerare la digitalizzazione. Come realizzare il lavoro, come realizzare l’uomo in una società che si digitalizza e uccide il lavoro? Penso che sia indispensabile provare a essere critici, avere un approccio non conformista, perché lo scenario che si è prodotto fin qui e che che vede un sostanziale impoverimento della società, si è ispirato alla logica omogenea che abbiamo il dovere di scardinare.

L’economia reale si deve sostituire all’economia finanziaria, vogliamo un sistema del credito che non sia planetario, gestito da uomini che agiscono al di sopra delle sovranità, ma che deve tornare a essere a servizio degli uomini, delle famiglie, delle imprese, cioè del lavoro.

Anche la politica energetica deve essere rispettosa della natura di ciascuno. Penso che la risposta sia verso lo sviluppo delle energie rinnovabili, però penso anche che si devono rispettare le vocazioni. L’Unione Europea non ha un piano energetico e non si è mai preoccupata di averlo.

Ileana Piazzoni, Partito Democratico

Gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono il programma di un mondo migliore, non sono un’utopia progressista. Sono sicuramente realizzabili, ma dobbiamo avere la capacità di valutare le politiche pubbliche anche nei tempi lunghi. A me è chiarissimo perché i giovani non hanno fiducia nel futuro, ma mi chiedo se in altri periodi storici ci sono state modalità con cui questa fiducia si è recuperata. È necessario quindi recuperare gli elementi fondanti di una pianificazione seria cioè avere chiaro sia la missione, sia gli obiettivi operativi che nel tempo si possono perseguire. Vorrei che la domanda non fosse solo: cosa il politico promette di fare, ma come lo vuole fare e le questioni non possono mai essere affrontate dal punto di vista di un solo Paese.

Questione delle povertà e delle disuguaglianze. L’Agenda ci costringe a affrontarle sia nella all’interno del Paese in cui viviamo, ma anche su scala globale cioè della disuguaglianza fra i Paesi. Se partiamo dal presupposto che il reddito di una persona dipende in larga misura dal reddito del Paese in cui nasce e dalla rendita dei suoi genitori, ci rendiamo conto di quante parole vuote vengono dette sui problemi delle migrazioni e sulle questioni sociali. Credo che siamo sicuramente dentro la tempesta perfetta ed è chiara la necessità di un cambiamento di passo della politica, tuttavia non mi convince dire: “evviva c’è discontinuità”. Non basta guardare gli slogan perché effettivamente si possa essere soddisfatti, anzi sono convinta che oltre gli slogan ci sono le ricadute politiche che spesso vanno nella direzione contraria. Tornando alla questione sollevata da Fassina, sappiamo quante difficoltà abbiamo nel vivere all’interno di un mondo in cui poteri enormi si muovono senza controllo, ma il problema è proprio questo: è possibile avere una regolazione sul piano nazionale e con un’Unione Europea che sappia farlo?

È necessario interrogarsi su come recuperare il ruolo della politica. I punti dell’Agenda sono tantissimi, ma voglio tornare sulla questione del contrasto alla povertà. Noi abbiamo la necessità di fare chiarezza rispetto alla prospettiva, perché abbiamo un sistema di welfare del tutto inadeguato, un modello familistico che porta con sé la difficoltà delle donne di rimanere nel mercato del lavoro. Cambiare la struttura del modello di welfare vuol dire fare interventi complicati che a volte possono mettere in discussione le certezze che ci sono state finora oggi e serve un coinvolgimento molto ampio. Il fatto che il nostro paese insieme alla Grecia sia l’unico che non ha un reddito minimo è dovuto a ragioni molto forti, però ringrazio Enrico Giovannini per aver cominciato a costruire un sistema di questo tipo quando era ministro del Lavoro.

Rifiuti: il fatto che Roma non sia in grado di gestire il suo ciclo dei rifiuti non è certamente dovuto all’utopia progressista, ma se guardiamo ad altri Paesi vediamo che è dovuto semplicemente all’incapacità di gestione. Non dobbiamo buttare a mare l’esperienza degli altri Paesi ma invece aprire una discussione vera.

Parliamo del reddito di base. Chiamiamo le cose col loro nome. Il reddito di cittadinanza comincia ad avere una dignità reale di discussione, ma penso che dobbiamo andare nella direzione del reddito di inclusione, come hanno fatto altri Paesi. Ciò non toglie che vogliamo analizzare altre possibilità, è giusto discuterne, tuttavia dobbiamo essere pronti a un cambiamento totale del nostro sistema di vita. Se questo dibattito potesse essere portato a livello di chiarezza, penso che ne guadagneremmo tutti. Anche nel caso del “lavorare meno lavorare tutti” bisogna fare molta attenzione, perché le esperienze sono molto diverse: la questione delle 35 ore in Francia è un elemento, ma anche i minijob tedeschi. Sono dunque questioni complesse e infatti dell’Agenda 2030 apprezzo la complessità. I minijob tedeschi possono essere considerati solo nell’ambito del sistema di welfare tedesco. È evidente però che c’è una parte di società che comunque resta esclusa. Se si pensa di valutare l’efficacia della legge di inclusione soprattutto sulla base del reinserimento nell’attività lavorativa siamo destinati un fallimento perché è chiaro che esiste una parte di società che rimane comunque in quella condizione. Il salto di qualità che dobbiamo fare è proprio far comprendere che i periodi di sostegno non sono qualcosa da cui devi derivare disistima sociale, ma qualcosa di assolutamente normale per la persona. Per molti Paesi il sostegno al reddito è stato anche un volano per i giovani per avere una rete di protezione che consentisse di dedicarsi meglio alla ricerca di un lavoro adeguato alle loro capacità ed aspettative. Se fossimo un po’ più disponibili a guardare gli altri Paesi europei, questo ci potrebbe aiutare a colmare i nostri deficit in maniera più rapida ed efficace.

Enrico Zanetti, Scelta Civica

Grazie all’Alleanza, che ci consente di discutere dei prossimi 15 anni invece dei prossimi 15 giorni. Che cosa è lo sviluppo sostenibile? Non è la contrapposizione allo sviluppo economico ma è la sua doverosa esplosione. Oggi è esplosa la necessità di interazione tra lo sviluppo economico e la necessità di aumento del capitale ambientale e sociale. Questo pone lo sviluppo sostenibile nello stesso rapporto che c’è tra crescita economica e progresso. Sarebbe difficile immaginare che ci possa essere il progresso senza crescita economica. Lo sviluppo sostenibile senza sviluppo economico è da considerarsi non raggiungibile, però sempre nel vincolo della minimizzazione del depauperamento del capitale naturale e del miglioramento sociale, ma in un’ottica di sviluppo. Questo ci pone in un piano completamente diverso rispetto a filosofie come la decrescita felice o infelice.

Gli obiettivi dell’Agenda 2030 sono tutti condivisibili, l’unico sul quale bisogna chiarirsi del nostro punto di vista è l’obiettivo 10: ridurre le disuguaglianze. Le disuguaglianze di cui deve occuparsi lo Stato non sono quelle del punto di arrivo, dal nostro punto di vista, ma quelle del punto di partenza, fare in modo che tutti, anche quelli che partono indietro, possano partire dalla stessa linea di partenza, ma senza incidere sul punto di arrivo. Dato che povertà ed educazione sono già compresi in altri obiettivi, il valore del Goal 10 dev’essere chiarito. Certo, è giusto che riguardi gli eccessi delle grandi realtà multinazionali che necessitano, come mezzo di risoluzione, che le stesse vengano affrontate direttamente dalle grandi istituzioni internazionali sul piano della legislazione fiscale. Sarebbe opportuno che le grandi organizzazioni internazionali avessero una quota di finanziamento diretto derivante da questi soggetti. È il tema famoso dei colossi del web per i quali si continua a dire che dobbiamo aspettare una regolazione internazionale per definire delle regole, ma in realtà questa voglia di intervenire da parte delle organizzazioni internazionali non c’è. Sarebbe diverso se una parte del loro finanziamento derivasse direttamente da queste regolamentazioni. Questi aspetti di regolamentazione noi siamo convinti che siano assolutamente importanti, in un contesto di sviluppo che inevitabilmente deve essere sovranazionale.

Alcuni obiettivi hanno una valenza globale anche perché è inevitabile che nel conseguimento di obiettivi che sono non di medio ma di lungo periodo diventa un fattore di utilità per le singole classi dirigenti nazionali vincolarsi reciprocamente sul piano internazionale al loro raggiungimento, dove il vincolo non è una rinuncia della sovranità ma è semplicemente fare società insieme per raggiungere l’obiettivo che altrimenti da soli sarebbe più difficile raggiungere. Non c’è dubbio che l’Europa ha mancato nel raggiungimento degli obiettivi, ma credo che l’Europa nel raggiungimento del paradigma dello sviluppo sostenibile deve essere centrale. Adesso deve mettere questi parametri al centro delle politiche, anche in relazione alla flessibilità. Ci devono essere parametri economici, ma anche la possibilità di andare oltre quei parametri dovrebbe essere legata allo sviluppo di politiche di aumento di spese correnti o di investimento che migliorino gli altri indici che devono abbinarsi al Pil. È indubbio che non sarà facile in un’era in cui prende sempre più piede la logica del sovranismo.

Possono andar bene le vostre proposte di inserimento in Costituzione dello sviluppo sostenibile anche se nella nostra prima parte della Costituzione c’è già molto. È ovvio che il coordinamento di queste politiche dev’essere affidato a Palazzo Chigi, perché coinvolge la quasi totalità dei nostri ministeri.

Infine ,quali dovrebbero essere le politiche da attuare prioritariamente? Le politiche sulla povertà e le politiche attive sul lavoro in una logica di inclusione al lavoro, una politica fiscale sull’energia che è la grande sconfitta della passata delega fiscale. Inoltre va assolutamente ripresa la giustizia civile che è uno dei temi fondamentali per il nostro Paese e infine le politiche sulla mobilità che sono trasversali a tanti obiettivi. Un importante miglioramento dal punto di vista del lavoro può infatti derivare dal decongestionamento dei più grandi centri urbani.

Dobbiamo valorizzare quella centralità del nostro Paese che invece purtroppo vediamo nella sua totale evidenza solo per gli aspetti negativi. È una pazzia non sfruttare questa nostra caratteristica geografica, far sì che la stessa non riguardi solo chi scappa, ma anche traffici e commerci. Questo tema ha trovato un inizio di attenzione con l’ultima legge di stabilità, con la valorizzazione della logistica, che dovrebbe costituire uno dei punti principali della politica di investimento del Paese.

È evidente che lo sviluppo in un’ottica sostenibile lega la necessità di perseguire una logica di crescita economica con i temi del lavoro e dell’occupazione, ma la crescita va assolutamente perseguita: è legata al fatto che in assenza di crescita non sarà mai possibile chiedere ai nostri concittadini e ai cittadini degli altri Paesi di credere in una politica di sostenibilità. Lo stiamo vedendo, la risposta non a caso è sovranista, protezionista, risposte che indubbiamente hanno un loro fascino ma che inevitabilmente pongono altri problemi che oggi non consideriamo. Nella misura in cui si esclude per esempio la Cina perché non ha i nostri valori, si fa una cosa che non è sbagliata in termini teorici, perché è giusto competere alla pari, ma è evidente che se la escludi invece di cercare di tirarla verso i nostri valori ne avrai un danno perché la Cina a quel punto reagirà in altro modo. E parlo della pace! Questo vale anche per l’Europa perché se non avremo più il diaframma dell’Europa cominceremo a dire: “è colpa dei tedeschi” o i tedeschi: “ è colpa degli italiani”. Bastano trenta – quarant’anni per tornare alla situazione di cinquant’anni fa. Questi sono i motivi per cui le politiche sovraniste possono essere risposte potenziali di breve periodo anche efficaci ma potenzialmente pericolose.

Giovannini

Ho sentito discorsi interessanti con punti di convergenza. Vorrei stimolarvi su quello che si può fare e su quello che eventualmente non si può fare. Siamo vicini al baratro, ma quanto tempo abbiamo davanti? Questo è il punto cruciale. Se non si trova il giusto registro comunicativo si resta sull’impressione che sia sempre colpa degli altri. La comunicazione della Commissione Europea sugli SDGs del novembre scorso è stata ritenuta da molti insufficiente. Sostanzialmente dice: “stiamo facendo un mucchio di cose buone, possiamo migliorare qualcosa, ma questo non impone un cambiamento radicale nel modo in cui facciamo le politiche”. Ma la domanda è: la politica europea è adeguata? Per esempio, abbiamo una sufficiente politica energetica? Secondo. Come spingere tutti a cambiare mentalità? Parlamento e Governo hanno perso una grande occasione perché la rendicontazione non finanziaria approvata qualche giorno fa è stata limitata alle imprese con più di 500 addetti: meno di 1000 imprese. Riteniamo che questo sia stato fatto per disattenzione, non per scelta profonda.

Anche sulla povertà. Oggi c’è il Sia, ci sono dei fondi, oggi si discute sull’approvazione della delega sul sociale, ma i fondi sono chiaramente insufficienti. È stata fatta la scelta di dire: visto che c’è uno strumento, non ci investiamo tanto. Avete parlato dell’importanza degli strumenti di cooperazione, ma non mi sembra che il Parlamento nella discussione della legge di bilancio 2017 si sia impegnato in questa direzione.

Ancora allcune cose su quello che vi vede concordi: la discussione sul cambiamento del nome del Cipe, che sarebbe un segnale importante. Comitato interministeriale per la programmazione e per lo sviluppo sostenibile. Si potrebbe fare rapidamente. Sul tema delle nuove forme di democrazia per costruire un dialogo anche di lungo termine, richiedo un impegno: uno dei nostri aderenti ha elaborato un modello di previsione a lungo termine su cui vorremmo chiedere un confronto con le vostre piattaforme politiche. Potrebbe essere un modo per confrontarsi su alcuni risultati. Le città: molti di voi ne hanno sottolineato l’importanza, l’Alleanza sta predisponendo una strategia nazionale per le città. Sareste disponibili ad aprire un tavolo di confronto su questo per riuscire entro la fine della legislatura a impostare un progetto di legge per un piano dello sviluppo sostenibile per le città? L’educazione. Molti ne hanno parlato: spingere per un piano di informazione ed educazione massiccio verso l’educazione al cibo, ma anche altre forme di educazione e di cittadinanza. Infine i fondi per la parità di genere. Le leggi consentirebbero già di ottenere molti risultati, ma non sono finanziate adeguatamente. Su questo come pensate di voler intervenire? Ci sono altri temi importanti che avete citato, problemi complessi ma mi fermerei per vedere come intendete reagire.

Stefanini

Aggiungo una domanda: nei vostri programmi elettorali ritenete che il tema della sostenibilità possa essere ospitato?

Busto

Quali sono le cause del baratro? Sull’immigrazione dobbiamo chiederci le cause, n parte determinate da fenomeni come il cambiamento climatico. I numeri dell’immigrazione previsti dall’Africa subsahariana sono mostruosi. Va riprogettato un sistema. Dobbiamo agire sui driver, su quello che causa l’immigrazione. Per spingere tutti a cambiare mentalità. Le soluzioni non possono essere calate dall’alto altrimenti la popolazione non capisce. Dobbiamo avere l’intelligenza generale di promuovere il cambiamento dall’alto e dal basso. Povertà. Credo che le iniziative siano state portate avanti più per una questione di marketing politico, per bloccare la nostra proposta. Per quanto riguarda la cooperazione internazionale, dobbiamo chiederci quale modello di sviluppo vogliamo esportare. Per quanto riguarda il Cipe penso si tratti di una proposta interessante. Anche la riforma del Sia si può valutare, però credo che il dialogo con i cittadini sia fondamentale, perché va ricostruito un rapporto. Noi abbiamo fatto una piccola rivoluzione, portando i cittadini a discutere con un meccanismo innovativo, criticabile, ma che comunque presenta un profilo di innovazione interessante. Città e periferie certamente sì; piano di educazione, disponibili in ogni modo al confronto; parità di genere anche sì.

Fassina

Torno su un punto generale che mi sta a cuore; non siamo arrivati qui per caso. In questi trenta - quarant’anni abbiamo portato avanti un paradigma che ci avrebbe dovuto portare ad avvicinarci ad alcuni di questi obiettivi. Quando ci è stata proposta la libertà di mercato, non era per generare povertà o per far crescere la classe media della Cina. Non ce l’hanno raccontata così. E l’alternativa non è tra questa regolazione e lo spettro del sovranismo. Il livello massimo di astiosità tre popoli europei si è raggiunto oggi. Dobbiamo capire come salvare l’Unione Europea dall’euro. Riproponiamo la cooperazione tra Stati nazionali, che recuperino alcune delle mediazioni che consentono di arginare la regressione in atto, ma nella cooperazione tra Stati nazionali, non nella autarchia e nell’isolazionismo. Basta con questo messaggio dei burocrati che stanno a Bruxelles, è la politica che alla fine decide e stiamo creando le condizioni per andare a sbattere.

Sei punti specifici. Programmi elettorali: il mio impegno sarà perché questo riferimento sia presente. Immigrazione: l’unica variabile non può essere la quantità di popolazione, se hai un tasso di disoccupazione giovanile al 40% accogliere gli immigrati diventa un problema. A Roma si sta generando una conflittualità per l’edilizia popolare tra famiglie bisognose che occupano in modo illegittimo e famiglie di immigrati a cui la casa viene data legittimamente. Dipende quindi da quali politiche farai per promuovere lavoro e benessere e solo così l’integrazione diventa fisiologica. Sulla povertà si possono fare tante cose, alcuni di noi proposero un anno e mezzo fa che se invece di togliere la Tarsi per tutti si fosse lasciata per il 10% con i redditi più alti avremmo recuperato un miliardo da poter mettere sui redditi più bassi. Molto d’accordo sulla strategia per le città, ma è importante che siano coinvolti i sindaci. D’accordo sull’educazione. Mi sta molto a cuore il punto della valutazione delle policy, che in Italia non si fa. La valutazione delle policy è decisiva. Il Cnel, se siamo d’accordo a rivederne le funzioni, potrebbe essere attrezzato per fare la valutazione di policy, altrimenti continuiamo ad affastellare norme e interventi senza capire che cosa abbiamo fatto.

Giorgetti

Nei programmi elettorali si parla alla pancia per solleticare. Io penso che si dovrebbe solleticare soprattutto una categoria poco partecipativa: i giovani. Il problema vero è questo. I temi riguardanti il futuro dovrebbero guardare soprattutto ai giovani che oggi a differenza del passato non sono interessati. Miracolosamente i giovani sono andati a votare al referendum, ma sono andati a votare contro. Il problema vero di tutta questa partita dello sviluppo sostenibile è di come far partecipare attivamente alla vita politica i giovani. Il tema delle città mi sembra assolutamente fondamentale. È chiaro che sul tema dell’immigrazione siamo contrario all’ingresso di massa, quando abbiamo milioni di giovani che non lavorano e non studiano. Ma ribadisco che il vero nodo è come sollecitare l’attenzione dei giovani e in questo modo portarli alla vita politica. A quel punto diventerà oggettivamente interesse dei partiti cercare il loro consenso.

Rampelli

Non credo che quest’Europa sia adeguata e conseguentemente ho paura che la situazione possa degenerare. Vedo nel processo egemonico tedesco qualcosa di molto simile ad altre fasi della storia dell’umanità che hanno portato al conflitto mondiale e penso che sia importante arrestare questo processo. Io voglio più Europa. Certo questo significa pretendere un’Europa diversa, che metta al centro le persone e loro bisogni, i giovani che hanno diritto al futuro, le famiglie, i popoli con le loro culture e tradizioni che non possono essere legati dalla sbornia utopistico progressista che ci ha accompagnato. La svolta passa per una nuova centralità di questi valori. Penso che l’Europa debba ricongiungersi con la Russia, ritornare a essere Comunità economica europea, se non è pronta per essere un’Unione. Penso che l’Europa debba decidersi a essere un blocco alternativo al blocco asiatico e anche agli Stati Uniti, quando sapremo quale sarà la direzione effettivamente impressa dal nuovo presidente, nella logica dell’economia globale, che deve essere governata.

Povertà: io sono contrario al reddito di cittadinanza, a ogni forma di sussidio, sono favorevole a una forma di prestito d’onore verso i giovani, un aiuto per sviluppare le loro capacità e trasformarle in opportunità. Dire: “io Stato investo su di te” è che cosa molto diversa rispetto alla logica del sussidio. Pagare la gente perché non lavori vuol dire togliere dignità alla persona e questa prospettiva mi rende fortemente inquieto. Siamo disponibili a lavorare sulla cooperazione allo sviluppo, ma dobbiamo buttare giù la maschera: deve morire l’ipocrisia costruita dal sistema occidentale negli ultimi cinquant’anni. Non è vero che andiamo a soccorrere i Paesi sottosviluppati del Terzo mondo, stiamo facendo un’operazione di mancata assistenza perché abbiamo bisogno di 200mila immigrati all’anno per mettere in equilibrio il nostro sistema di welfare e poco importa se andiamo a prendere dall’Africa le loro migliori forze cioè i ventenni, i trentenni cioè la forza lavoro su cui ogni civiltà deve puntare per la propria emancipazione. Disponibilissimi a lavorare anche sulla trasformazione del territorio, sulla visione della città, sul nuovo modello di periferie, disponibili a partecipare a un tavolo ma anche a uscirne subito dopo se dovessero essere confermati i punti di riferimento che ci hanno consegnato queste periferie. Deve esserci un ritorno alla cultura del villaggio, del borgo, sempre rispondendo all’esigenza insopprimibile della centralità della persona.

Piazzoni

Non si può dire che il reddito di inclusione sia uno scimmiottamento del reddito di cittadinanza dei Cinque Stelle. È un’offesa a una cultura che da molti anni avanza queste proposte. La differenza è il fatto che non venga dato a tutti ma a chi ha bisogno. Questa è la differenza tra la proposta che stiamo portando avanti e quella del M5S. La differenza è anche nella gestione dei centri per l’impiego che erano affidati ai comuni: ci sono state pratiche clientelari ma anche esperienze molto positive. Da questo punto di vista nella costruzione di un progetto di città questo deve essere un aspetto fondante. Attorno a questo tema sembra che siamo tutti d’accordo, ma quando si va nei dettagli si scopre che la visione della Lega Nord e di Fratelli d’Italia è diversa perché in realtà una larga parte dei poveri sono immigrati e quindi se vogliamo fare una discussione seria dobbiamo valutare la possibilità effettiva di integrare, superando gli aspetti tecnici. Dobbiamo essere consapevoli del fatto che c’è una discussione enorme in tutta Europa sulla trappola della povertà, perché si è detto che certe persone non sono motivate ad andare a lavorare Dobbiamo invece affrontare il problema del welfare per gli immigrati: gli altri Paesi europei hanno un reddito minimo importante che è destinato anche ai rifugiati mentre da noi le risorse che spendiamo in questa direzione sono veramente molto poche.

Zanetti

Sicuramente disponibile a inserire la sostenibilità dei nostri temi politici. Sicuramente sarebbe un aiuto per le forze politiche lavorare insieme sulle piattaforme di simulazione. È evidente che l’Europa deve cambiare perché su questo tema non si è fatto abbastanza, fino a quando non passeremo dalla logica del puro fiscal compact concentrato su parametri dello sviluppo meramente economico a una logica che mette dentro in forma rilevante quegli elementi che attorno allo sviluppo economico costituiscono l’indice di progresso. È evidente che per fare questo la battaglia va fatta dall’interno: i proclami apocalittici possono servire come strumento per spaventare, ma quando si rompe una partecipazione comune diventa difficile reiniziare una qualsiasi iniziativa comune. Chi dice “voglio più Europa ma un’Europa diversa” dice qualcosa in cui mi ritrovo totalmente, ma chi sostiene che il passaggio intermedio è spaccare, dividere, uscire vuole metterci su una strada molto pericolosa.

Stefanini

Grazie per la vostra pazienza e disponibilità. È un elemento di incoraggiamento per il nostro lavoro. Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo di approfondire insieme questi temi e speriamo di fare in modo che l’agenda pubblica possa cambiare. In una certa misura tutto si tiene: l’azione che mettiamo in campo produce degli effetti che se non sono ben calibrati determinano negatività su altri fronti. Lavorando su questi temi a livello aziendale mi sono sentito ripetere spesso: questa sostenibilità alle imprese conviene? Sono sempre più convinto che sia una scelta strategica fondamentale. Alle imprese conviene promuovere responsabilità, interrogarsi con chi si vuole avere a che fare e che risposta si vuole dare. Questo aumenta la reputazione e sappiamo che la fiducia è un bene primario dell’economia e determina valore condiviso. Quindi nell’insieme promuovere politiche che abbiano queste caratteristiche conviene all’impresa ma più generale al Paese.

Infine consideriamo che per la politica il consenso è il terreno di sfida più grande perché si mettono in discussione anche approcci consolidati. Coerenza e consistenza, due termini difficili perché bisogna interrogarsi, avere l’intelligenza di cambiare e anche di correggere gli errori. Consistenza perché bisogna avere una visione di lungo termine che determina la possibilità di adeguarsi alle esigenze delle persone. Nel 2017 si lavorerà sulle tematiche territoriali e locali perché riteniamo che siano decisive. Sarebbe importante riuscire a interrogarsi su quale può essere un assetto efficace di un governo: la dimensione pubblica che si articolerà dalla dimensiona nazionale a quella locale. Dopo un dibattito che dura da tanto tempo, con esiti purtroppo insoddisfacenti, potrebbe essere questa l’occasione in cui costruiamo dimensioni intelligenti, mettendo in rete in modo efficace le politiche nazionali e quelle territoriali. Infine la dimensione sovranazionale: l’Agenda 2030 sottolinea molto questo aspetto, della collaborazione tra i diversi livelli, come strumento decisivo per corrispondere ai bisogni. Nella dimensione europea, noi sappiamo quanta fatica si sta facendo, ma dobbiamo fare in modo che questa dimensione assuma valore sempre maggiore e dobbiamo prendere dalle esperienze europee quegli aspetti che ci possono aiutare a migliorare noi stessi. Quindi dobbiamo vivere in questa dimensione positiva e non solo in quella negativa che si è determinata con la crisi.

a cura di Donato Speroni

giovedì 02 marzo 2017
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