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Un modello d’impresa centrato sull’essere umano

Un nuovo modo di fare impresa ponendo al centro l’essere umano: il progetto presentato a Roma propone un modello imprenditoriale socialmente responsabile, alla ricerca dell’equilibrio tra profitto, coesione sociale e ambiente sano.

È stato presentato a Roma il 17 febbraio il progetto “Human-Centered Business Model”, da parte del Global Forum on Law, Justice and Development (Gfljd), sostenuto dalla Vice Presidenza Legale della Banca Mondiale.

Il progetto, presentato da Unidroit e Gfljd, con il patrocinio della nuova Agenzia per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Esteri, vuole promuovere un nuovo modello di impresa sostenibile da sperimentare in due Paesi pilota con il coinvolgimento di altri soggetti istituzionali, pubblici e privati.

Il nuovo modello di impresa, tuttavia, è differente dalle alternative attualmente disponibili rispetto alla sola ricerca del profitto, quali imprese sociali, le cooperative o anche i modelli di corporate social responsability (Csr). Questi modelli, infatti, privilegiano rispettivamente un differente aspetto del fare impresa, ma sono privi di una visione integrata e pari-livello delle diverse esigenze e conseguenze che da un’impresa nascono. Per questo, con l’iniziativa del Gfljd viene proposto un ulteriore approccio, alternativo rispetto a quelli appena citati, che combini con uguale livello di importanza la ricerca del profitto e una più ampia integrazione della sostenibilità sociale ed ambientale, prendendo atto, per esempio, delle nozioni di lavoro dignitoso, impatto ambientale e ricambio generazionale. Un modello di fare impresa che superi il “pensiero unico della massimizzazione del profitto” (“The Human-Centered Business Model (Hcbm): A Holistic Approach to a New Model for Doing Business”, pag. 3).

Questo approccio è fondato sull’idea che ritiene una integrazione fra obiettivi sociali ed obiettivi finanziari sia possibile.

Il modello è rivolto in particolar modo a quelle imprese che, senza di esso, sarebbero orientate al solo profitto; ma si rivolge anche a imprese confiscate alla criminalità organizzata, a imprese ri-organizzate o ricostituite a seguito di fenomeni di bancarotta o procedure fallimentari e alle società partecipate o controllate dallo Stato.

Il progetto si struttura su sei pilastri (Pillars): il primo si occuperà di come applicare all’interno dell’impresa i grandi principi già espressi in dichiarazioni internazionali e convenzioni che si occupano della dignità della persona umana (Agenda 2030 prima fra tutte, ma anche i Twin Goals della World Bank, UN Global Compact, etc.); il secondo pilastro (“Legal framework and corporate governance) si occuperà di proporre una disciplina per nuove forme giuridiche di organizzazione e governo delle imprese, per permettere un funzionamento di esse che siano coerente con i principi generali del pilastro 1, valorizzando per esempio la partecipazione democratica all’impresa e l’economia inclusiva. Il terzo pilastro (“Financial”) delinea forme innovative di finanziamento a favore delle imprese che scelgano questo modello, per esempio rafforzando la partecipazione finanziaria dei lavoratori alla società; il quarto pilastro (“Fiscal”) prende in considerazione il fatto che accorgimenti come quelli delineati dai precedenti pilastri comportano costi aggiuntivi per le imprese: questo pilastro propone soluzioni fiscali che incentivino una scelta di questo tipo e annulli una eventuale distorsione della concorrenza sul mercato. Il quinto pilastro (“Procurement”) presenta politiche di impresa e forme agevolate di acquisti pubblici, premiando le imprese rispettose della legalità, degli standard ambientali ed etici; il sesto e ultimo pilastro (“Capacity building and Mentoring Support”) prevede iniziative formative e sostegno tecnico specializzato, attraverso la cooperazione con università, associazioni professionali ed esperti.

Il modello è ideato per avere un impatto e risultati su vari livelli, dalle imprese ai governi, a livello collettivo ed a livello individuale. In particolare, il progetto prevede la possibilità per i governi di beneficiare della internalizzazione di costi ambientali e sociali e al contempo di ridurre il conflitto fra collettività e comunità finanziaria. Esso permetterà, secondo le previsioni, una crescita più solida e di lungo termine, che tenga conto della sostenibilità sia ambientale che sociale della produzione, aumentando le competenze tecniche e le capacità dei lavoratori per partecipare all’impresa.

È evidente il collegamento fra il modello proposto e gli Obiettivi dell’Agenda 2030 che infatti vengono più volte citati all’interno del Progetto, che si propone come strumento per «dare un contributo sostanziale per gli Obiettivi 8, 10 e 16 e per l’obiettivo di “shared prosperity” della Banca Mondiale» (pag. 8 del Progetto). Ma non solo: lo stesso progetto, infatti, evidenzia come una efficace attuazione del modello possa in realtà contribuire altresì alla realizzazione degli obiettivi di riduzione della povertà presenti tanto nell’Agenda 2030 quanto nei Twin Goals della Banca Mondiale.

Qui il Progetto

 

di Carlo Maria Martino

venerdì 24 febbraio 2017
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