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“Finanza per il clima, tema chiave del 2016”: tre videolezioni dell’Iccg

L’influenza dell’accordo di Parigi sulla “climate finance”, le migliori politiche per attrarre investimenti privati e infine il ruolo delle organizzazioni multilaterali: ecco i temi delle conferenze online di Buchner, Knowles, Grossmann.

L’International Center for Climate Governance (Iccg) ha annunciato di aver concluso alla fine del 2016 la serie delle videolezioni “Finanza per il clima”, tenute da esperti internazionali e dedicate alla strumentazione degli interventi per contenere il climate change alla luce degli accordi stipulati nel corso della Conferenza di Parigi (Cop 21) del dicembre 2015. Le videolezioni affrontano il tema in modo semplice e accessibile, fornendo definizioni, portando casi di studio, facendo esempi di soluzioni e buone pratiche. Sono in inglese con sottotitoli in italiano.

Le videolezioni si soffermano su specifici aspetti dell’ampio quadro della climate finance diventato di grande importanza dopo la Cop21. Sono molteplici, infatti, gli strumenti che incoraggiano i flussi finanziari, soprattutto dai Paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo, per arginare i danni connessi ai cambiamenti climatici e per ricercare soluzioni realizzabili. In particolare, è stata data precedenza all’approfondimento delle azioni concrete per attirare gli investimenti di privati verso progetti low carbon. Gli attori istituzionali, si sottolinea nelle lezioni, devono creare le condizioni ideali affinché i privati si sentano sicuri di investire in settori connessi alle problematiche dei cambiamenti climatici affrontando meno rischi possibili.

1) Nella prima videolezione, “The influence of Paris Agreement on the climate finance agenda”, Barbara Buchner, direttore esecutivo della Climate Policy Initiative, sottolinea che l’Accordo di Parigi ha avuto il grande merito di mettere tutti i 190 Paesi aderenti davanti al fatto che, per raggiungere l’obiettivo dei 2°C di aumento massimo della temperatura, è necessario passare a un sistema energetico che utilizzi sempre meno i combustibili fossili. Secondo l’International Energy Agency, il costo per affrontare questa transizione è pari circa 16.500 miliardi di dollari Usa da investire da adesso fino al 2020 a fronte dei soli 391 miliardi che, invece, sono stati stanziati nel 2014, da parte soprattutto del settore privato. Anche se, come si vede nel grafico, si è effettivamente avuto un aumento dei fondi per la lotta ai cambiamenti climatici, la strada è ancora lunga.

La componente indispensabile, per la ricezione di nuove risorse e per l’appianamento di questo gap, è la stabilità nazionale. Paesi con situazioni governative instabili hanno difficoltà ad attirare investitori. È molto importante lavorare prima di tutto a livello nazionale: la maggior parte degli attori finanziari, infatti, preferisce investire nel proprio Paese purché questo dia garanzie di stabilità. In questo modo si diminuiscono i rischi dell’investimento. 
Ogni stato dovrebbe mettere in atto i propri Intended Nationally Determined Contributions (Indc) (gli impegni unilaterali presentati a Parigi) cercando di comprendere quali siano le proprie priorità e quali azioni siano realmente praticabili. È più utile aver presente i propri limiti e le proprie risorse, per non dover perseguire obiettivi irraggiungibili. Bisogna, poi, capire quali sono, a livello nazionale, gli attori finanziari, in modo da poter combinare in maniera efficace i finanziamenti pubblici e quelli privati. Infine, si dovrebbero migliorare gli strumenti finanziari esistenti che possano soddisfare i bisogni degli investitori nazionali.

2) Christofer Knowles, responsabile per il Clima della Banca europea degli investimenti (Bei) nella sua lezione su “Climate Finance: towards a low-carbon, climate resilient economy”, sottolinea che gli investitori hanno bisogno di sapere che i governi manterranno le politiche ambientali concordate. La previsione nel lungo termine è un elemento essenziale per chi deve effettuare un investimento e vuole sapere cosa aspettarsi.
Esistono, quindi, diverse azioni che i governi possono mettere in atto per rassicurare gli investitori. In primo luogo bisogna assegnare un prezzo alle emissioni di CO2 (carbon pricing) in modo che gli investitori possano internalizzarlo nei costi di produzione. Finora non erano penalizzate le esternalità legate alle emissioni di CO2 per le quali, dunque, non vi erano limiti. Chi, invece, utilizzava tecnologie a basso impatto di emissioni non ne riceveva alcun beneficio.
Gli investitori devono essere pienamente informati sui rischi ambientali legati a ciò in cui  stanno investendo. Politiche di trasparenza, soprattutto per le società quotate, sono quindi molto apprezzate e di grande importanza per chi investe in un Paese. Infine, ogni Stato deve supportare politiche di innovazione e di miglioramento delle tecnologie esistenti.
Tutto ciò va affrontato in vista del fatto che gli investitori possono influenzare profondamente il cambiamento climatico. La scelta di collocare risorse finanziarie su tecnologie a basso o ad alto impatto energetico incide enormemente sul futuro di un Paese in termini di equilibri ambientali.

3) Christian Grossmann, direttore per il Climate Change della Banca Mondiale, ha tenuto la terza video conferenza intitolata “The role of Multilateral Development Banks in supporting climate action in developing countries”. I Paesi in via di sviluppo, procedendo verso una crescita economica più veloce, necessiteranno, a breve, di maggiore energia. Si avrà bisogno, quindi, di guidare gli Stati emergenti verso uno sviluppo che contempli l’utilizzo di tecnologie quanto più verdi possibile per il proprio approvvigionamento energetico. La Banca Mondiale, ad esempio, già svolge un ruolo di catalizzatore di finanziamenti e di sviluppatore di soluzioni, che vanno in questa direzione, insieme alle nazioni partner. L’International Finance Corporation (Ifc), ramo della Banca Mondiale che guarda al settore privato, è molto attiva nell’area del cambiamento climatico. Dal 2003 ha stanziato più di 13 miliardi di dollari in investimenti verdi. Un altro attore molto importante nel panorama della green finance è sicuramente il ramo assicurativo. Le compagnie assicurative, infatti, svolgono un doppio ruolo: conscendo tutti i rischi legati all’ambiente, sanno dar loro un prezzo; inoltre, sviluppano nuovi prodotti che possono aiutare a trovare soluzioni per eliminare certi rischi tecnici o altri fattori di rischio.

Fondato nel 2009, l’International Center for Climate Governance è un’iniziativa congiunta della Fondazione Eni Enrico Mattei e della Fondazione Giorgio Cini. Il suo obiettivo è di divulgare ai decisori politici, ai leader del settore privato, al mondo accademico e al grande pubblico i risultati della ricerca scientifica e socio-economica svolta nei campi della mitigazione e dell’adattamento ai cambiamenti climatici.
Le tre videolezioni si aggiungono a una serie di altre iniziative che l’Iccg ha dedicato alla Finanza per il clima: “dai webinar alle pubblicazioni, dal concorso Best Climate Practices alle attività degli osservatori”, definendo questa “hot topic” il “tema chiave del 2016”.

di Giulia D’Agata

martedì 03 gennaio 2017
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