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Per sconfiggere la fame nel mondo servono 11 miliardi di dollari in più all’anno

Secondo Iisd e Ifpri, per raggiungere l’obiettivo “zero hunger” entro il 2030 servono 4 mld di dollari in più dai donatori e sette dagli stessi Paesi in emergenza, da investire in infrastrutture, politiche agricole e sovvenzioni alle popolazioni più esposte.

Nel settembre 2015 i leader del mondo hanno adottato gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile decidendo di raggiungerli entro il 2030. E così anche il Goal 2 per “porre fine alla fame nel mondo”.
A questo proposito, l’International Institute for Sustainable Development (Iisd) e l’International Food Policy Research Institute (Ifpri) hanno elaborato il report “Ending hunger: what would it cost?”, analizzando quanto potrebbe costare avvicinarsi a questo grande obiettivo (considerato raggiunto quando in un Paese la fetta di popolazione in difficoltà non supera il 5%) e quanto lavoro ci sarebbe da parte di tutti gli attori coinvolti. Tra i numerosi documenti analizzati che hanno portato alla realizzazione del report, i ricercatori hanno analizzato anche i “vecchi” MDGs (Millennium Development Goals) e il “State Of Food Insecurity in the World” (SOFI), report presentato dalla Fao l’anno scorso.

Nel mondo ci sono 800 milioni di persone affamate, di cui 90 milioni sono bambini sotto i 5 anni (FAO, 2015). Tra i numerosi Paesi ad alta emergenza ci sono Afghanistan, Benin, Burkina Faso, Burundi, Madagascar, Lesotho, Togo, Uganda, Zimbabwe (“Ending hunger: what would it cost?” Report, 2016). Secondo l’Iisd e l’Ifpri, con le attuali tendenze (business-as-usual scenario) nel 2030 questo numero scenderebbe (solo) a 600 milioni di persone: ciò implica la necessità di impiegare più energie, sforzi, tempo e soldi per contrastare il fenomeno.

Le stime riportate nel report mostrano che per arrivare a sradicare completamente la fame, da adesso fino al 2030 sono necessari 11 miliardi di dollari in più all’anno: 4 miliardi di dollari all’anno in più (aumento del 45%) saranno a carico dei donatori che attualmente spendono 8.6 miliardi USD, mentre i rimanenti 7 miliardi USD in più all’anno usciranno dalle tasche degli stessi Paesi in “emergenza”. Questa ulteriore spesa pubblica genererà in media 5 miliardi USD in più di investimenti privati all’anno.

Per cercare di arrivare a soluzioni concrete, nel rapporto sono state considerate e approfondite cinque categorie di intervento che impattano sia sul consumo di cibo che sulle capacità produttive dei nuclei familiari in difficoltà e sulle quali è necessario intervenire e investire maggiormente per ottenere risultati concreti:

1. Rete di protezione sociale – per supportare i consumatori attraverso trasferimenti di denaro e buoni spesa.
2. Supporto alle coltivazioni – predisponendo sussidi e sovvenzioni per aiutare i produttori a comprare fertilizzanti e sementi, supportandoli nell’acquisto di macchinari, favorendo la diffusione di tecnologie migliorate e potenziando i servizi.
3. Sviluppo rurale – migliorando infrastrutture, educazione, depositi, accesso al mercato e promuovendo attività che aggiungano valore al prodotto finale (value chains).
4. Attivare politiche collegate al settore agricolo (come ad es. riforma fondiaria, riforma fiscale, politiche relative al mercato e agli investimenti, riforma istituzionale).
5. Cibo – affrontando i problemi globali relativi all’alimentazione e alla nutrizione (ad es. arresto della crescita, allattamento esclusivo, deperimento, sottopeso alla nascita e sovrappeso in vita).

Raggiungere l’obiettivo “fame zero” sarebbe davvero un punto di svolta nella storia. Per i ricercatori dell’IISD e IFPRI, realizzando i diversi risultati specifici, l’obiettivo diventa raggiungibile e abbordabile. Il primo passo è quindi identificare gli interventi specifici prioritari in ogni Paese necessari per assicurare ulteriori investimenti, per trasformare i numeri in impegni reali.

di Chiara Alberti

venerdì 28 ottobre 2016
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