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ENERGIA PULITA E ACCESSIBILE

Assicurare a tutti l'accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni

Nel mondo ci sono oltre un miliardo di persone senza energia elettrica e quasi tre miliardi senza energia pulita per cucinare. L’Italia è avviata a non raggiungere gli obiettivi 2030 per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica.

L'Italia e il Goal

Gli obiettivi da raggiungere

I problemi dell’energia su scala globale sono la sua accessibilità, la sua sostenibilità, la sua disponibilità, la tecnologia per produrla e distribuirla e i differenziali di conoscenza e di capacità tra i paesi a diverso grado di sviluppo. Ovviamente, l’energia è indispensabile per tutte le attività umane in una misura che, se si vuole sviluppo ed equità distributiva nonostante l’innovazione e la migliore efficienza, sarà probabilmente crescente. Se, però, l’utilizzo energetico dei combustibili fossili è il principale responsabile della crisi climatica (cfr. obiettivo 13) e di vari danni alla salute, mentre l’alternativa nucleare di fissione si è rivelata gravemente costosa, pericolosa e non pulita né rinnovabile (cosicché il suo contributo alla domanda di energia globale resta sotto il 6% ed è in calo), per uno sviluppo sostenibile l’energia dovrà essere erogata in un quadro di consumi di energia primaria fossile decrescenti (conseguibile grazie all’aumento dei rendimenti) e di avanzamento delle fonti rinnovabili ricavate dai flussi diretti di energia solare.

L’energia ricavata dalle fonti rinnovabili, dal sole, dall’acqua e dal vento è sufficiente per soddisfare progressivamente i fabbisogni energetici dell’umanità, ma è necessario creare le convenienze economiche per queste tecnologie, orientare in modo favorevole i mercati, sviluppare nuove tecnologie (ad esempio, sugli accumuli) e riqualificare l’intera infrastruttura energetica. Se per molti anni i timori per la sostenibilità energetica si sono appuntati sull’esaurimento delle risorse naturali (il picco di Hubbert), ora la realtà delle nuove tecnologie di fracking e l’incredibile sviluppo delle fonti rinnovabili, che secondo il target 7.2 dovrà aumentare notevolmente, ha portato, dopo l’Accordo di Parigi sul clima, alla conclusione che molta parte delle risorse fossili ancora disponibili rimarranno sotto terra, soprattutto se verranno realizzati insieme gli obiettivi 7 e 13.

L’obiettivo 7 è strettamente correlato agli obiettivi 1, relativo alla eliminazione della povertà (in particolare al target 1.4 per l’accesso ai servizi di base) e 10, che riguarda la riduzione delle diseguaglianze. Infatti, la distribuzione dell’energia nel mondo, in particolare dell’energia elettrica, è fortemente iniqua: popolazioni intere non hanno accesso all’energia e quindi ad un qualsiasi sviluppo. Di conseguenza, il target 7.1 incorpora l’iniziativa lanciata dalle Nazioni Unite nel 2011 (Sustainable Energy for All - SE4ALL), estendendola di fatto dai paesi in via di sviluppo a tutti i Paesi.

I target 7.2 (notevole aumento della quota di energie rinnovabili nel mix energetico globale) e 7.3 (raddoppio del tasso globale di miglioramento dell’efficienza energetica) sono centrali per tutta l’Agenda 2030, come energia e lotta al cambiamento climatico lo sono per lo sviluppo sostenibile e la green economy. Non viene indicato un target sulla percentuale di energia rinnovabile al 2030, come sarebbe stato opportuno, ma il target 7.3 è molto forte perché impone per il 2030 il raddoppio del tasso di crescita dell’efficienza energetica, cioè, a parità di PIL, della riduzione dei consumi di energia. Infine, i target 7.a (sulla cooperazione internazionale per facilitare l’accesso alla tecnologia e alla ricerca di energia pulita) e 7.b. (sulle infrastrutture per la fornitura di servizi energetici sostenibili per tutti i paesi in via di sviluppo) si integrano bene con i target 13.a e 13.b (mobilitazione dei fondi internazionali per affrontare le esigenze dei paesi in via di sviluppo nel contesto delle azioni di mitigazione e aumento della loro capacità di pianificare e gestire le politiche per il cambiamento climatico) e sono supportati dai target 17.16, 17.17, 17.18, 17.19 sul partenariato globale per lo sviluppo sostenibile.
 

La posizione dell'Italia

Nel 2015 il consumo finale di energia in Italia è stato pari a 123 Mtep, con un aumento del 3% rispetto al 2014. Il trend di riduzione dei consumi energetici registrato a partire dal 2005, con la sola eccezione del 2010, è dovuto, oltre al calo del PIL negli anni di recessione, anche alle politiche di efficienza energetica poste in essere proprio a partire da quegli anni, le quali hanno permesso di sviluppare in Italia strumenti di eccellenza a livello europeo. Tra questi ricordiamo gli standard sulle autovetture, quelli sui nuovi edifici e sugli elettrodomestici, le detrazioni fiscali per la riqualificazione degli edifici e i certificati bianchi. Complessivamente (secondo quanto riportato dal Piano Nazionale per l’Efficienza Energetica – PAEE - 2014), questi strumenti hanno permesso di risparmiare nel 2012 6,4 Mtep/anno in termini di energia finale, corrispondenti a circa 8,3 Mtep/anno in fonti primarie. Il meccanismo più utilizzato è quello dei certificati bianchi che, da solo, contribuisce al 45% del risparmio energetico annuale, seguito dagli strumenti di promozione del rendimento energetico in edilizia (D. Lgs. 192/05), che contribuiscono per il 35%, e dalle detrazioni fiscali, per l’11%.

Il trend positivo dell’ultimo decennio si è interrotto nel 2015 con un aumento non trascurabile dei consumi di energia (+3%) e dell’intensità energetica del PIL, nazionale e pro capite (+2%). La “mini” ripresa economica spiega tale risultato, analogamente a quanto accaduto nel 2010 (quando si era registrata una crescita del PIL più che doppia di quella del 2015), ma hanno contribuito anche le condizioni climatiche sfavorevoli, con una estate più calda e un inverno più freddo dell’anno precedente.

Al dato del 2015 può aver contribuito anche il rallentamento dell’incentivazione del risparmio energetico in presenza di una significativa riduzione dei prezzi del petrolio e del gas, come segnalato dagli ultimi dati del GSEv relativi al meccanismo dei certificati bianchi, il principale strumento di incentivazione dell’efficienza in Italia. In effetti, il risparmio addizionale generato da questi ultimi mostra una riduzione progressiva a partire dal 2011, con valori che calano dai 3.332 ktep fino ai 1.733 ktep del 2015 (-48%). Ovviamente, anche il calo del prezzo dei combustibili fossili sul mercato mondiale può aver influenzato la ripresa dei consumi energetici, associata alla ripresa del mercato dell’auto (+15% sul 2014) e all’aumento delle percorrenze e delle vendite di gasolio per autotrazione (oltre il 2%).

Negli ultimi decenni in Italia si è verificata una progressiva sostituzione dei prodotti petroliferi con il gas naturale, principalmente nei settori della produzione elettrica e del riscaldamento. Si è passati, così, da un mix produttivo dominato dal petrolio, che nei primi anni ‘70 soddisfaceva circa il 75% del consumo interno lordo contro meno del 10% del gas naturale, a uno in cui i due combustibili arrivano quasi ad equivalersi (nel 2015 i petroliferi sono al 35% e il gas al 32%). A questa dinamica di lungo periodo negli ultimi dieci anni si è aggiunta la crescita delle fonti rinnovabili, il cui contributo è passato dal 6-8% nei primi anni Duemila al 19-20% di oggi. Le rinnovabili hanno, da un lato, accelerato l’espulsione dei prodotti petroliferi dal settore elettrico, dall’altro hanno fermato la corsa del gas naturale, cosicché, dopo il picco raggiunto nel 2005, quando il consumo nazionale di gas fu pari a 70 Mtep (35,5% del consumo interno), si è scesi ai 55 Mtep stimati nel 2015 (32%).

Utilizzando la metodologia di calcolo indicata dalla Direttiva europea sulle fonti rinnovabili (2009/28/ CE), tra il 2005 ed il 2015 il contributo delle rinnovabili al consumo finale lordo di energia (CFL) è passato dal 7,9% al 17,3% ed è praticamente raddoppiato in valore assoluto, passando da 10,8 a 21 Mtep (figura 7). Questo andamento è il risultato di una fase iniziale di crescita sostenuta, tra il 2005 e il 2010, seguita da una contrazione nel 2011, da una ripida ripresa l’anno successivo e da una stabilità nel triennio 2013-2015. In altri termini, la crescita delle rinnovabili termiche si sarebbe concentrata tutta tra il 2005 e il 2008, passando da 5,6 a 10,2 Mtep per poi fermarsi. Anche le rinnovabili nei trasporti sono cresciute dal 2005 al 2010 (passando da 0,3 a 1,4 Mtep), per poi stabilizzarsi e cominciare a ridursi progressivamente fino agli 1,2 Mtep del 2015.

Quello che ha inciso in modo determinante sulla terza e ultima fase delle rinnovabili in Italia è il settore elettrico, la cui produzione aggiuntiva è passata dai circa 1.000 ktep del 2011 e 2012 ai 365 ktep del 2014 e ai soli 122 ktep del 2015. Il contributo complessivo delle rinnovabili negli ultimi tre anni è rimasto quasi fermo, crescendo dal 16,7% ad appena il 17,3% del CFL, un modestissimo +0,2% ogni anno.

Nella fase di consumi stabili o calanti che ha caratterizzato l’Italia dal 2008 in poi la quota di rinnovabili è cresciuta molto velocemente, passando da meno del 20% della produzione elettrica nazionale nel 2007 a oltre il 40% nel 2014. Anche questo trend positivo si arresta nel 2015: il drastico calo della produzione da rinnovabili (-14 TWh), in concomitanza di una ripresa dei consumi, porta, per la prima volta nella storia recente, a un arretramento della quota di produzione nazionale da rinnovabili, scesa dal 43% al 38%. La nuova potenza elettrica installata da fonti rinnovabili nel 2014 e nel 2015 è così tornata ai livelli pre-2008, con poche centinaia di MW installati ogni anno.

Senza una sostanziale espansione delle fonti rinnovabili (ad un ritmo almeno triplo rispetto a quello degli ultimi anni, il che equivale a crescere a tassi non molto lontani da quelli registrati tra il 2005 e il 2013), né l’obiettivo della Strategia Energetica Nazionale (SEN), al 2020 né quello medio europeo al 2030 verrebbero centrati (la quota di rinnovabili sul consumo finale lordo sarebbe poco superiore al 20%). Ovviamente, l’Italia non può correre il rischio di diventare marginale in un settore fra i più promettenti e innovativi a livello mondiale e che per alcuni anni l’ha vista ai primi posti nel mondo.

Per quanto riguarda l’efficienza energetica, i target europei prevedono una riduzione dei consumi energetici del 20% al 2020 e del 27-30% dopo l’Accordo di Parigi al 2030 rispetto allo scenario di riferimento elaborato nel 2007 (che non considera gli effetti della lunga recessione economica e l’evoluzione dell’efficienza energetica degli ultimi anni). Di conseguenza, applicando le percentuali di riduzione, già moderate, a scenari ottimistici di crescita dei consumi, i target che ne derivano risultano decisamente poco sfidanti. L’Italia, con il Piano nazionale sull’efficienza energetica del 2014, riprendendo quanto indicato nella SEN del 2012, ha fissato i propri target al 2020 in 158 Mtep per l’energia primaria e in 124 Mtep per i consumi energetici finali, valori già oggi ampiamente superati dal nostro Paese e giudicati insufficienti dalla Commissione europea. Il nuovo target EU 2030 del 27%, calcolato rispetto a uno scenario di riferimento che prevede una ulteriore crescita dei consumi, si tradurrebbe, di fatto, in riduzioni minime dei consumi energetici rispetto ai valori attuali: saremmo quindi ben lontani dal raddoppio richiesto dal target 7.3 che, pure applicato a una ipotesi ottimistica di crescita annua del PIL del 1,5-2%, porterebbe i consumi energetici nel 2030 a livelli inferiori di circa il 20% rispetto a quelli attuali.
 

Aderenti

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