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PARITÀ DI GENERE

Raggiungere l'uguaglianza di genere e l'empowerment (maggiore forza, autostima e consapevolezza) di tutte le donne e le ragazze

Nel mondo una donna su tre ha subito una qualche forma di violenza. In Italia, nei primi 11 mesi del 2016, 116 donne sono state uccise dal partner o dall’ex partner.

L'Italia e il Goal

Gli obiettivi da raggiungere

La parità di genere non è un semplice obiettivo né una materia: investe l’intera umanità, le relazioni tra uomini e donne, il rapporto con le future generazioni, le risorse e la crescita demografica. È una parte fondante del nuovo approccio trasversale per lo sviluppo sostenibile, cosicché le donne e le politiche di genere sono determinanti su tutti i fronti: nelle scelte alimentari e nell’educazione ad una corretta alimentazione, nella riduzione e nella gestione dei rifiuti domestici, nel lavoro, nella formazione, nella gestione delle risorse economiche, nell’utilizzo delle nuove tecnologie. Il Goal 5, quindi, è strettamente collegato a tutti gli altri e non può esaurire tutte le problematiche di genere. In questa prospettiva, è importante assicurare la visione di genere in ciascun obiettivo e l’adozione di un linguaggio adatto a tutte e tutti, che non nasconda le donne (limitando l’uso eccessivo di termini inglesi e di riferimenti solo al maschile).

Le donne sono la chiave per lo sviluppo sostenibile anche nel nostro Paese: ad esempio, per il contributo che possono dare per porre fine alla povertà (Goal 1), per raggiungere la sicurezza alimentare e un’agricoltura sostenibile (Goal 2), per assicurare salute e benessere per tutti/e (Goal 3), per assicurare le stesse opportunità nell’istruzione (Goal 4).

I diversi target affrontano importanti dimensioni delle disuguaglianze di genere. In particolare, il target 5.1 è finalizzato a “porre fine a ogni forma di discriminazione nei confronti di tutte le donne, bambine e ragazze in ogni parte del mondo”, ma in mancanza di adeguate misurazioni statistiche di tali fenomeni risulterà molto difficile valutare la situazione reale, specialmente nei paesi meno sviluppati, anche a causa della presenza di forti stereotipi sessisti nei media.

Per ciò che concerne la “violenza contro tutte le donne, bambine e ragazze nella sfera pubblica e privata, incluso il traffico a fini di prostituzione, lo sfruttamento sessuale e altri tipi di sfruttamento” (target 5.2), l'Italia ha varato il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere (articolo 5 del decreto legge n. 93 del 14 agosto 2103, convertito nella legge n. 119/2013), adottato con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 7 luglio 2015. Il Piano è stato fortemente criticato e, a distanza di oltre un anno dalla sua approvazione, ben poco è stato realizzato, né è stata presentata una relazione annuale alle Camere. Peraltro, la logica del Piano è improntata all’emergenza, in contrasto a quanto affermato dalla Convenzione di Istanbul sottoscritta e ratificata dall’Italia. Si noti che l’8 settembre u.s. è stata finalmente insediata dalla Ministra per le Riforme costituzionali e i Rapporti con il Parlamento con delega alle Pari Opportunità la cabina di regia interistituzionale, il cui carico di lavoro sarà prevedibilmente non lieve.

La tratta delle donne e delle bambine è gestita dalle mafie che si infiltrano anche nella gestione dei flussi migratori e nei centri di accoglienza delle profughe e delle richiedenti asilo. In Italia gli ultimi dati segnalano la scomparsa sul nostro territorio di oltre 10.000 minori stranieri, in gran parte di sesso femminile: le ONG e i volontari segnalano che nel nostro territorio non risulta garantita la normativa europea sull’accoglienza, la richiesta di asilo, la tutela dei minori.

Il target 5.3 si riferisce all’eliminazione di tutte le pratiche nocive (come il matrimonio delle bambine, forzato e combinato e le mutilazioni dei genitali femminili) legate alle norme sociali di alcune comunità di immigrati residenti nel nostro Paese, provenienti soprattutto da Egitto e Stati dell’Africa sub-sahariana. L’Italia è stato uno dei primi Paesi europei a dotarsi di una legge ben strutturata in materia (Disposizioni per il contrasto delle mutilazioni dei genitali femminili, legge N. 7/2006), mentre non si conosce l’entità della pratica dei matrimoni delle bambine, precoci o forzati, che riguarda le famiglie di alcune comunità di immigrati e i Rom, anche se il censimento della popolazione italiana svolto nel 2011 ha rilevato 5000 tra vedove o divorziate tra le ragazze di 15-18 anni.

Nonostante i progressi conseguiti, i target 5.4 (riguardante il riconoscimento e la valorizzazione del lavoro di cura e domestico non retribuito e la responsabilità condivisa all’interno del nucleo familiare) e 5.5 (piena ed effettiva partecipazione e pari opportunità di leadership nella vita politica, economica e pubblica) sono ancora rilevanti nel caso italiano, dove la divisione dei ruoli nella coppia è ancora rigida e vari ostacoli impediscono la piena attuazione delle leggi sul bilanciamento della presenza delle donne nella vita economica e sociale.

Infine, il target 5.6 (“garantire l’accesso universale alla salute sessuale e riproduttiva e ai diritti riproduttivi”) fa specifico riferimento ai documenti approvati in due delle principali conferenze internazionali degli anni ’90, tenutesi al Cairo e a Pechino, le quali sanciscono, tra l’altro, che “la salute riproduttiva è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale – e non semplicemente l’assenza di malattie o infermità – su tutti gli aspetti relativi all’apparato riproduttivo, ai suoi processi e alle sue funzioni. La salute riproduttiva implica quindi che le persone abbiano una vita sessuale soddisfacente e sicura, che abbiano la possibilità di procreare e la libertà di decidere se, quando e quanto spesso farlo. Implicito in quest’ultima condizione è il diritto di uomini e donne a essere informati/e e avere accesso a metodi di pianificazione familiare di loro scelta che siano sicuri, efficaci, economicamente accessibili e accettabili, come anche a metodi di regolazione della fertilità di loro scelta che non siano contrari alla legge, e il diritto di accesso  a servizi sanitari appropriati che permettano alle donne di affrontare la gravidanza e il parto con sicurezza e offrano le migliori opportunità di avere un bambino sano”. Nella Assemblea Generale per la Revisione del programma di azione (1999) si è inoltre ribadito, che nei paesi dove è permesso dalla legge, l'aborto deve essere accessibile e sicuro.

La posizione dell'Italia

Per quanto riguarda l’Italia, si è assistito nel corso degli ultimi anni ad una riduzione del gender gap, anche se occorrono altri sforzi per allinearsi ai paesi europei più evoluti e per il riconoscimento pieno della parità sostanziale uomo-donna. È aumentata la presenza delle donne in Parlamento, che ha raggiunto il 30%, grazie alla legislazione sull’equilibrio di genere, ed è significativa la presenza del 50% di donne tra i ministri dell’attuale Governo al momento della formazione. Non è ancora adeguata la presenza femminile nei luoghi decisionali a livello locale a causa del mancato rispetto dell’equilibrio di genere in molte Giunte comunali e preoccupa la scarsa presenza di donne elette in molti Consigli regionali, che potrebbe riflettersi in un drastico calo delle parlamentari nel caso di conferma della riforma costituzionale.

Grazie alla legge 120/2011, è aumentata la presenza femminile nei consigli di amministrazione delle imprese quotate in borsa e a partecipazione pubblica (dal 4,5% del 2004 al 27,6% del 2015), portando l’Italia al di sopra della media europea (20,2%) riferita alle maggiori imprese quotate.

È migliorata la formazione delle donne, che a livello universitario superano ormai da anni i coetanei maschi, anche se la segregazione di genere nella scelta dei tipi di indirizzo continua ad essere alta e più difficile l’ingresso nel mondo del lavoro. Le giovani laureate tra 30 e 34 anni sono il 29,1% contro il 18,8% dei laureati, ma permane un basso tasso di occupazione femminile, dopo la forte crescita avvenuta tra il 1995 e il 2008, favorita dal progressivo sviluppo del settore terziario e dall’innalzamento del livello di scolarizzazione. Il tasso di occupazione delle donne pone l’Italia in fondo alla graduatoria europea (per le età centrali - 20-64 anni – è pari al 46,1% rispetto ad una media UE del 60,5%).

Il fenomeno della bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro è concentrato soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, ove i tassi di occupazione femminili sono inferiori di quasi venticinque punti rispetto al resto del Paese. Molti sono i fattori che spiegano questa situazione, tra i quali la mancanza di efficaci politiche per la conciliazione dei tempi di vita, la carenza dei servizi sociali (e la loro sperequata distribuzione, a sfavore del Mezzogiorno) e il sostegno insufficiente alla maternità e paternità, cosicché la nascita di un figlio porta il 30% delle madri che hanno un lavoro ad interromperlo.

D’altra parte, le donne si fanno carico della quasi totalità del lavoro domestico e di cura, una condizione che configura una vera e propria “disuguaglianza” di genere, che porta le donne a svolgere molte più ore di lavoro familiare degli uomini, mentre il contributo degli uomini al lavoro di cura è ancora basso. Il cosiddetto “Jobs act” ha introdotto alcuni elementi significativi in questa materia, ma assolutamente insufficienti per conseguire la conciliazione dei tempi di vita e la condivisione delle responsabilità di uomini e donne.

La violenza contro le donne continua ad essere un fenomeno molto diffuso in Italia, come già osservato a proposito della recente adozione del Piano Antiviolenza. Circa un terzo delle donne ha subito violenza nel corso della vita, ma le violenze fisiche, sessuali e psicologiche nei cinque anni precedenti il 2014 sono diminuite rispetto ai cinque anni precedenti il 2006. Sono stabili i femminicidi e gli stupri, ma in generale aumenta la gravità delle violenze subite dalle donne.

Per ciò che concerne le ampie materie del target 5.6, l’Italia fatica ad essere un paese moderno ed è uno dei fanalini di coda dell’Europa. L’Italia è 18 punti sotto la media europea per l’uso di anticoncezionali moderni. Il 17,6% delle donne usa la pillola contraccettiva, contro una media europea del 21,3%, anche a causa dell’elevato costo di quest'ultima e degli altri metodi contraccettivi. Nel 2014 l’Unione europea ha chiesto ai paesi membri di facilitare l’accesso alla contraccezione di emergenza abolendo l’obbligo di prescrizione entro il 2015. Recentemente l’Agenzia del farmaco ha imposto l’abolizione della ricetta, ma solo per la “pillola dei cinque giorni” e solo per le maggiorenni.

Per quanto riguarda la prevenzione delle malattie trasmissibili sessualmente (MTS), da diversi anni il Sistema di Sorveglianza operante presso l’Istituto Superiore di Sanità denuncia il loro continuo aumento (comprese alcune malattie come la sifilide che si consideravano debellate), il che determina anche un aumento di infezioni da HIV (soprattutto tra le donne e i maschi omosessuali) e molto spesso dell’infertilità sia femminile che maschile.

Il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza è andato continuamente diminuendo, fino a scendere ai 100.000 interventi nel 2013, anno nel quale il Ministero della Salute ha stimato gli aborti clandestini in non più di 15.000. Questo dato è però considerato irrealistico da alcune associazioni di medici ginecologi, anche perché dal 1993 il numero degli aborti spontanei è aumentato del 40% e si pensa che questo sia dovuto al fatto che le donne comprano via internet la pillola RU486 o il Cytotec e solo in caso di emorragia si rivolgono al pronto soccorso denunciando un aborto spontaneo. Va poi notato l’aumento abnorme dell’obiezione di coscienza, che ha raggiunto una media del 70% del personale medico e paramedico, con grande differenze tra le regioni settentrionali e quelle meridionali, al punto che il Consiglio d’Europa ha recentemente condannato l’Italia per la seconda volta per non aver applicato la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza.

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