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L’Italia di fronte all’impegno in campo educativo

di Stefano Molina, Fondazione Giovanni Agnelli

Consentire a tutti i ragazzi e le ragazze di completare un’istruzione primaria e secondaria libera, equa e che porti a soddisfacenti risultati di apprendimento: questo in sintesi l'obiettivo del Goal 4. A che punto è l'Italia? Sfide e prospettive nel nostro paese.
Giugno 2016

Cosa prevede il quarto obiettivo?

“Ensure inclusive and equitable quality education and promote lifelong learning opportunities for all”.
In tredici parole, il quarto obiettivo dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile indica la direzione verso la quale deve tendere l’impegno globale in campo educativo. A differenza di quanto stabilivano i Millennium Development Goals – dare entro il 2015 la possibilità a tutti i bambini di completare un ciclo di istruzione primaria – la nuova formulazione è pensata per l’insieme dei paesi membri delle Nazioni Unite, e non più per i paesi in via di sviluppo.
L’obiettivo 4 si articola in una decina di target. In estrema sintesi, entro il 2030 i paesi firmatari dell’Agenda si impegnano a:

  • consentire a tutti i ragazzi e le ragazze di completare un’istruzione primaria e secondaria libera, equa e che porti a soddisfacenti risultati di apprendimento;
  • assicurare a tutti i bambini da 0 a 6 anni uno sviluppo infantile di qualità;
  • consentire a tutti di frequentare buoni corsi di istruzione secondaria e terziaria a costi accessibili;
  • fornire a un numero crescente di giovani e adulti le competenze necessarie per l'occupazione e per la vita;
  • eliminare le disparità di genere nell'istruzione e garantire parità di accesso ai più vulnerabili;
  • assicurare a tutti i giovani e a molti adulti competenze sufficienti in lettura e in calcolo;
  • dare a tutti gli studenti conoscenze e competenze necessarie per promuovere lo sviluppo sostenibile;
  • creare ambienti di apprendimento sicuri, inclusivi ed efficaci per tutti;
  • espandere il numero di borse di studio a disposizione di studenti dei paesi in via di sviluppo;
  • tramite la cooperazione, formare validi insegnanti nei paesi in via di sviluppo.

Dalla lettura congiunta dei target discendono almeno tre considerazioni generali.
Il campo educativo è il luogo privilegiato di contrasto alle disuguaglianze: consente di prevenirle con largo anticipo (tramite l’early education), di fronteggiarle sul nascere (con la lotta alla dispersione), di fornire le migliori assicurazioni contro i rischi di esclusione, anche sul lungo periodo (grazie alla costruzione di competenze). Da questo punto di vista il quarto obiettivo non può considerarsi un obiettivo separato dagli altri dell’Agenda globale, ma piuttosto una precondizione necessaria al loro conseguimento, che si tratti di diffusione della buona salute o di stili di consumo responsabili.
Una seconda evidenza riguarda la centralità dell’inclusione, passaggio obbligato per uno sviluppo davvero sostenibile: è soprattutto attraverso politiche educative pensate e rivolte ai più deboli che si potranno conseguire ulteriori avanzamenti sul piano della crescita economica sostenibile e della coesione sociale.
Infine, un messaggio importante è che nessun Paese a sviluppo avanzato può considerarsi un’isola separata dal resto del mondo: anzi, proprio dal suo livello di benessere discendono specifiche responsabilità sulla scena globale, e queste investono in modo rilevante il campo educativo.
 

Il quarto obiettivo è adeguato al caso italiano?

Se la loro prospettiva è universale, nondimeno gli obiettivi dell’Agenda Globale vanno letti alle luce delle specifiche contingenze nazionali; ogni Paese è dunque chiamato a uno sforzo di contestualizzazione degli obiettivi dell’Agenda 2030 e dei target ad essi associati. A giudizio del Gruppo di lavoro sul quarto Goal costituitosi all’interno dell’ASviS, e del quale fanno parte una ventina di organizzazioni attive sulla scena italiana, la formulazione dei target connessi a questo obiettivo è largamente adeguata al caso italiano. Tale giudizio viene suffragato dalla piena consonanza riscontrabile con gli obiettivi assunti dall’Italia in sede europea: seppur riferiti al più vicino orizzonte del 2020, tanto gli obiettivi europei più generali - abbandoni scolastici al di sotto del 10% e aumento al 40% dei 30-34enni laureati – quanto quelli specifici dell’area “Education and Training” – quota di bambini frequentanti le scuole dell’infanzia, livelli di competenze in lettura e matematica, quota di adulti in formazione – sono perfettamente in linea con quelli espressi dall’Agenda globale; se ne deduce una coerenza delle politiche educative conseguenti, e pure dei sistemi statistici chiamati a monitorare i progressi verso gli obiettivi.
L’esistenza di profondissimi e persistenti divari territoriali costituirà certamente uno dei maggiori ostacoli al conseguimento degli obiettivi da parte dell’Italia: dalla realizzazione di servizi educativi di qualità per la prima infanzia, passando dai risultati scolastici, fino alla disponibilità di valide opportunità di formazione permanente per gli adulti maturi, il quadro nazionale si presenta sempre come un mosaico in cui convivono situazioni di eccellenza e casi drammaticamente insoddisfacenti. Qualsiasi decisione di politica educativa, e pure ogni attività di accompagnamento e monitoraggio, dovranno preoccuparsi non solo della tendenza complessiva, ma anche del contenimento di una variabilità interna eccessiva.
 

Le principali sfide per l’Italia

Nella prospettiva dell’Agenda; quali saranno le principali sfide in campo educativo che l’Italia sarà chiamata ad affrontare da oggi al 2030? Se ne possono individuare quattro, connesse tra loro:

  • La sfida della qualità degli apprendimenti. La semplice frequenza scolastica non è più una condizione sufficiente per la buona riuscita, individuale e collettiva. Sappiamo che a fare la differenza non è il tempo passato a scuola, bensì ciò che effettivamente vi si apprende: le competenze, per l’occupabilità, e più in generale per la vita. Per questo è importante che l’Italia riesca a comprimere la quota, oggi decisamente elevata, di giovani che non riescono ad acquisire le competenze minime per sopravvivere in una società complessa. Un quindicenne italiano scolarizzato su cinque non capisce quel che legge, uno su quattro va in crisi di fronte a un problema elementare di matematica (fonte PISA); restringere queste aree di disagio deve diventare una priorità.
  • La sfida della dispersione. Il sistema educativo non può più permettersi di perdere per strada centinaia di migliaia di giovani, a maggior ragione in un paese segnato da una demografia poco dinamica. L’aver conseguito con alcuni anni di anticipo l’obiettivo nazionale della riduzione degli early school leavers (16% entro il 2020, ma nel 2015 eravamo già al 14,6%) è un buon risultato e testimonia degli sforzi in quella direzione da parte dell’intero sistema. Ma non è ancora abbastanza e molto rimane da fare per assicurare il completamento del percorso scolastico da parte di tutti i ragazzi e ragazze: la lotta contro gli abbandoni precoci chiama in causa una molteplicità di situazioni e di soggetti diversi, all’interno e all’esterno del sistema scolastico e formativo; ecco perché è importante intervenire sull’apprendimento, ma anche sulla motivazione, in un’ottica di valorizzazione delle competenze e di rafforzamento dell’autostima.
  • La sfida dell’inclusione. E’ la naturale conseguenza delle due precedenti: tutti gli studi concordano nell’identificare all’interno della popolazione giovanile alcune categorie maggiormente a rischio: di dispersione, di bocciatura, di insufficienza di competenze, di disoccupazione, di emarginazione. Nel mondo della scuola queste categorie sono abitualmente raggruppate nella grande famiglia dei BES, o bisogni educativi speciali, che abbraccia (1) i ragazzi affetti da disabilità, (2) quelli che manifestano disturbi specifici dell’apprendimento (DSA), quali dislessia, disgrafia o discalculia, (3) quelli con svantaggi di natura sociale o culturale, come ad esempio i giovani di origine immigrata con scarsa padronanza della lingua italiana. La sfida dell’inclusione implica una maggiore sensibilità delle politiche educative e delle pratiche didattiche quotidiane nei confronti dei tantissimi individui – le stime indicano circa un milione e mezzo - appartenenti a queste categorie eterogenee.
  • La sfida dell’apprendimento permanente. Come richiesto a più riprese dall’Europa, occorre che l’Italia investa maggiormente sull’attuazione di un sistema integrato per l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita (lifelong) e in ogni luogo (lifewide), basato sul riconoscimento, la promozione e l’accrescimento delle competenze. In Italia, fino ad oggi, l'offerta formativa rivolta ai cittadini adulti e ai lavoratori è stata frammentata, spesso occasionale. Ne hanno fatto le spese i soggetti più deboli, quasi sempre esclusi o autoesclusi da un'offerta formativa che si rivolge a chi può diagnosticare i propri bisogni professionali e riesce ad informarsi, orientarsi e scegliere. L’Italia deve ora misurarsi con una nuova declinazione dell’apprendimento permanente, trovando le modalità per promuovere la partecipazione dei soggetti meno facili da coinvolgere.


Verso il 2030

Proprio perché ben intonato al dibattito nazionale e a quello europeo sulle priorità educative, il Quarto obiettivo dell’Agenda globale può costituire una bussola per l’Italia di oggi e di domani. Certo, il 2030 è un orizzonte ancora lontanissimo. Tuttavia in campo educativo i tempi sono necessariamente lunghi, con risultati quasi sempre derivanti da lenti processi cumulativi. Ad esempio, i quindicenni che in quell’anno frequenteranno le scuole italiane (o quelli che le avranno già abbandonate) e parteciperanno con maggiore o minore successo alle prove PISA 2030 sono già tutti nati: proprio ora stanno vivendo le loro prime esperienze educative, e non è scontato che a tutti sia garantito “l’accesso a uno sviluppo infantile precoce di qualità”, come indicato da uno dei target dell’Agenda. Quattordici anni sono un’eternità per la maggior parte delle questioni attualmente dibattute in Italia, ma sono l’orizzonte temporale corretto se si intendono davvero conseguire risultati concreti nella qualità dell’istruzione.

 

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