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Una carriera contro le disuguaglianze: l'eredità intellettuale di Anthony Atkinson

di Salvatore Morelli, ricercatore all'Institute for New Economic Thinking at the Oxford Martin School, University of Oxford

L'economista ha dedicato una vita alla comprensione del fenomeno sociale della povertà, alla sua misurazione e alla formulazione di proposte politiche per il suo superamento: un contributo cruciale per la promozione degli SDGs.
Gennaio 2017

Il nuovo anno ha portato con sé una triste notizia per tutta la comunità di studiosi ed appassionati ai temi della giustizia sociale, della povertà e delle disuguaglianze economiche. Sir Anthony Barnes Atkinson, uno delle figure di punta dello studio di questi fenomeni e padre indiscusso della moderna teoria e disciplina dell’analisi delle disuguaglianze economiche, ci ha lasciati. Tuttavia, la sua eredità intellettuale è enorme, ed il bagaglio di informazioni, dati, analisi, proposte e pensieri distillati nei suoi lavori saranno da guida anche nella difficile ed entusiasmante campagna dell’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile.

I due grandi temi affrontati nella sua vita da studioso, la povertà e la disuguaglianza, e tutti i suoi sforzi per migliorare la nostra conoscenza di questi fenomeni, si identificano con pienezza in almeno due dei 17 obiettivi centrali dei nuovi Sustainable Development Goals: la sconfitta della povertà (obiettivo 1) e la riduzione delle disuguaglianze (obiettivo 10) fra tutti.

La comprensione del fenomeno sociale della povertà, la sua misurazione e la formulazione di proposte politiche di azione per la sua eradicazione sono sempre stati al centro dell’attività intellettuale di Atkinson. Come ho anche ricordato in un recente articolo sul Menabò di Etica ed Economia, l’attenzione alla povertà ha marcato l’intera sua carriera, dai primi agli ultimi passi. Nei mesi precedenti alla sua morte, Atkinson presiede la «Commissione sulla Povertà Globale» istituita nel 2015 dalla Banca Mondiale per mano del suo Chief Economist Kaushik Basu.

L’obiettivo della Commissione era quello di raccogliere una serie di raccomandazioni al fine di migliorare il ruolo della Banca Mondiale per il monitoraggio e la misurazione dei fenomeni di estrema povertà. Tali obiettivi costituiscono una base essenziale al fine di disegnare processi informati di intervento e azione più incisive per l’obiettivo di eradicazione completa della povertà estrema.

Come hanno ricordato Franciso Ferreira (uno dei membri effettivi della Commissione) e Ana Revenga (Deputy Chief Economist alla Banca mondiale), Atkinson pubblica il rapporto della Commissione, avanzando una serie di proposte concrete e coraggiose (21 per essere precisi). Secondo Ferreira e Revenga, due sono i principali contributi del suo rapporto.

Primo, vi è un riconoscimento della necessità di compiere ulteriori passi avanti per il miglioramento delle informazioni statistiche alla base della misurazione degli indicatori di povertà. In particolare, si riconosce che esistono diverse fonti di errori nella misurazione dei fenomeni sociali che vanno aldilà dei classici errori di campionamento delle indagini statistiche. Atknison, argomenta con forza che una serie di errori non collegati al campionamento sono raramente riconosciuti ma possono spesso avere degli effetti distorsivi sostanziali sulle stime. I censimenti della popolazione sono spesso incompleti e non aggiornati, le indagini campionarie non sono spesso comparabili nel tempo, hanno una copertura della popolazione non soddisfacente (spesso escludendo proprio quei gruppi di popolazione maggiormente marginalizzati economicamente) e, in alcune istanze, non esistono; infine, non tutte le indagini campionarie utilizzano la stessa unità di benessere, come il reddito o il consumo e quest’ultime appaiono spesso in contrasto con le definizioni dei conti nazionali. Tra le soluzioni proposte vi e’ quella di muoversi verso un cosiddetto approccio dell’ «errore totale» per evidenziare, per quanto possibile, il margine di incertezza che esiste intorno all’elaborazione degli indicatori di povertà.

Il secondo contributo del Rapporto e’ quello di sottolineare con forza la necessità di complementare, con l’utilizzo di indicatori aggiuntivi, gli indicatori tradizionalmente usati per la rilevazione della povertà estrema. La Banca Mondiale solitamente misura i tassi di povertà in un Paese evidenziando la quota di popolazione avente un reddito inferiore ad una soglia prestabilita intorno ai 1.90$ al giorno. Tale misura e’, pertanto, definita come un tasso di povertà assoluto in termini di reddito. Atkinson, propone di espandere questi indici di misurazione in due direzioni, senza tuttavia sostituire gli indicatori ufficiali della Banca Mondiale. Primo, bisogna riconoscere che la dimensione del reddito non e’ l’unica dimensione rilevante ai fini del benessere economico. Elementi come l’educazione, le condizioni di salute e la qualità della nutrizione sono altrettanto cruciali e vanno tenuti in conto nella rilevazione quantitativa della povertà estrema. Per farlo c’e’ bisogno di utilizzare indicatori « multidimensionali » di povertà.

Secondo, bisogna riconoscere che il benessere individuale viene influenzato anche dalle norme sociali esistenti in un determinato Paese, cosicche’ misurare la povertà attraverso l’effettivo raggiungimento di una soglia predeterminata di consumo o di reddito puo’ non essere sufficiente. La povertà ha una dimensione relativa che andrebbe presa debitamente in conto. Rapportando il livello del reddito o di consumo individuale o familiare alla mediana relativa ad ogni Paese, questi indicatori aggiuntivi mostrerebbero dei tassi di povertà (relativa) molto più elevati.  Entrambe le direzioni suggerite sono ben note a tutti gli esperti, ma garantire che queste direzioni vengano inglobate in misurazioni istituzionali ufficiali rappresenta un passo avanti sostanziale. L’implementazione pratica di queste raccomandazioni, inoltre, prevede investimenti sostanziali.

Diverse proposte di politiche economiche sono state avanzate anche in un altro contributo recente di Tony Atkinson, «Disuguaglianza: che cosa fare». In questo libro, Atkinson presenta una lista di 15 proposte pensate per invertire la rotta delle crescenti disuguaglianze economiche (fulcro dell’obiettivo 10 degli SDGs). Le proposte sono coraggiose e abbracciano politiche redistributive, di intervento governativo e di indirizzo dell'azione concorrenziale dei mercati.

Come sempre, le proposte di Atkinson arrivano al termine di un’attenta e metodica fase di comprensione dei fenomeni, di raccolta ed analisi dei dati. Oltre ai suoi innumerevoli contributi teorici alla misurazione (un indice di disuguaglianza prende il suo nome), Atkinson ha sempre riposto una grande attenzione, in tempi di generale disinteresse, all’elaborazione di dati di qualità sulle disuguaglianze economiche.  

Nella Rodolfo Debenedetti Lecture 2006, Atkinson assembla una nuova collezione di dati sulle remunerazioni lavorative individuali. Per la maggioranza dei 20 paesi OECD sotto osservazione,  i dati mostrano un aumento della concentrazione salariale a partire dalla metà degli anni ‘70, specialemente grazie al aumento relativo delle remunerazioni più alte. I dati nel suo complesso puntavano alla necessità di ricercare  spiegazioni alternative alle teorie dominanti basate sulla rilevanza dei processi di globalizzazione (declino dei prezzi relativi dei beni nella cui produzione sono maggiormente impiegati i lavoratori meno qualificati) e dello sviluppo tecnologico (particolarmente vantaggioso per i lavoratori qualificati).

L’analisi della coda destra della distribuzione del reddito  (il reddito dei più ricchi)  ha caratterizzato in modo sostanziale buona parte dell’ultimo decennio di studi di Atkinson, in collaborazione con l’economista francese Thomas Piketty. Quest’ultimo aveva illustrato per la Francia, alla fine degli anni ’90, il potere dei dati di natura fiscale per lo studio delle disuguaglianze economiche. Da questa collaborazione, e con il supporto di Facundo Alvaredo ed Emmanuel Saez, nasce un vasto progetto di ricerca (che ha coninvolto decine di ricercatori in tutto il mondo), il World Top Income Database.

La banca dati e’ ora una risorsa essenziale per tutti gli studiosi delle diguaglianze economiche e permette di stimare la coda destra della distribuzione del reddito in modo più preciso rispetto all’utilizzo delle indagini campionarie e, soprattutto, in maniera coerente per lunghi periodi di tempo. 

Questo progetto ha, di recente, ampliato le proprie ambizioni trasformandosi nel World Wealth and Income Database (WID), grazie anche alla collaborazione aggiuntiva di Lucas Chancel e Gabriel Zucman. Due sono le innovazioni principali: primo, si riconosce la necessità di complementare in maniera pragmatica le informazioni provenienti da tutte le fonti  e non solo quelle di natura fiscale. Particolare attenzione viene riposta nele fonti di contabilità nazionale e le indagini campionarie, permettendo teoricamente una ricostruzione dell’intera distribuzione e non solo dei segmenti più ricchi della popolazione; Secondo, lo spettro di analisi delle disuguaglianze si estende alla ricchezza netta degli individui (totale della ricchezza finanziaria e reale al netto dell’indebitamento).

Quest’utlimo e’ un passagio cruciale e diverse sono le motivazioni alla base di questo interesse. Innanzitutto, fornendo un cuscinetto in caso di rischi, la ricchezza influenza i consumi, le scelte di investimento, quelle imprenditoriali ed educative. Tuttavia, l’informazione sulla dimensione del benessere legata alla ricchezza appare ancora molto limitata. Inoltre, una serie di ricerche recenti hanno mostrato come la quota della ricchezza ereditata sul totale della ricchezza nell’economia sia sostanzialmente aumentata in una serie di paese avanzati, dopo essere diminuita per buona parte del ventesimo secolo. Secondo la teoria avanzata da Piketty nel suo libro Il Capitale nel 21esimo Secolo, in assenza di un sostenuto intervento governativo di redistribuzione, la concentrazione della ricchezza tenderà ad essere sempre più concentrata nelle mani di un elite che vorrà perpetuare la propria influenza trasferendo ingenti risorse e vantaggi acquisiti alle generazioni successive.

I risultati di questi progetti hanno stimolato un vasto e animato dibattito pubblico sull’inclusività della crescita economica e si spera potranno avere un ruolo cruciale anche per l’attività legata alla promozione degli SDGs.

 

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